In questo periodo festivo tradizionalmente molto fruttuoso per le produzioni cinematografiche, arrivano in sala tre film molto diversi tra loro, ma ugualmente interessanti e soprattutto piacevoli. Dei primi due ne ho già scritto nei resoconti dalla Mostra di Venezia, ma vale la pena rinfrescare la memoria e richiamarne l’attenzione. Il leone d’Oro Father mother sister brother di Jim Jarmusch rispolvera una struttura ad episodi molto in voga alcuni decenni fa. Assistiamo quindi a tre incontri famigliari precisi ed attenti nel descrivere dinamiche personali non facili, soggette ad incomprensioni, dolorose a ben vedere, ma raccontate da una distanza sufficiente a colorarle di misuratissima ironia. La sottile comicità traspare da inquadrature insistite su primi piani falsamente sorridenti, da ambientazioni borghesi o poveramente periferiche, da dialoghi da ascoltare cercando una verità mimetizzata tra le righe. C’è un velo di ipocrisia nell’aria di tutti e tre i piccoli racconti. Ma c’è anche tanta realtà denunciata con chiarezza. Nel primo episodio interpretato da Adam Driver, Mayim Bialik e Tom Waits, un padre che vive un po’ fuori mano riceve la visita “caritatevole” dei due figli. Il finale a sorpresa svela una realtà imprevista. Nel secondo Cate Blanchett e Vicky Krieps sono due sorelle che vanno a trovare la madre, una fredda Charlotte Rampling. Davanti a un té con biscottini si celebra un rito annuale e si consuma un rapporto famigliare governato dall’apparenza. L’affettività abita altrove. Nell’ultimo episodio Indya Moore e Luka Sabbat sono fratelli gemelli, vanno d’amore e d’accordo e il rispetto è la cifra del loro legame. Hanno perso i genitori in un incidente e si ritrovano nell’appartamento vuoto ma pieno di ricordi. E’ forse l’episodio più intenso, che chiude la trilogia con un po’ di speranza su rapporti umani caratterizzati da superficialità, egoismo o solitudine.
Potrebbe sembrare una scelta poco natalizia quella di distribuirli in questo momento consacrato al “siamo tutti più buoni”, invece a mio parere è una scelta forse polemicamente puntuale. Non è più tempo di cinepanettoni o commoventi commediole, il mondo è molto peggiorato, meglio guardare la realtà anche limitandosi ad esplorare gli universi domestici che di quel mondo sono i nuclei originari.
Il titolo che elenca le parentele senza nessuna virgola a separarle, esprime forse l’unità comunque esistente e forse la speranza di una riconferma.
L’altro titolo, annunciato per metà gennaio, ma già in programmazione mattutina in alcune sale, è uno dei miei preferiti della rassegna veneziana. Si tratta di La grazia di Polo Sorrentino. Capita a fagiolo anche perché proprio sotto Natale l’attuale presidente della Repubblica ha concesso la grazia a un condannato per lo stesso reato di cui si parla nel film. Ed è molto piacevole, anche divertente, seguire il cammino di un personaggio rigoroso, ma allo stesso tempo dubbioso sull’incerto confine dell’attesa e dell’indecisione. Toni Servillo offre una delle sue interpretazioni migliori indossando espressioni e posture di un conflitto interiore che lo condurrà comunque a decidere se e quale grazia concedere. Il film mette in scena con molta abilità il controverso rapporto-legame tra padre e figlia, entrambi giuristi, ma caratterizzati da visioni scarsamente coincidenti. Altri perfetti interpreti danno corpo a un circolo ristretto di amicizie e collaboratori che compongono lo spazio fisico e culturale in cui il presidente si muove con sofferta disinvoltura o stringente coinvolgimento. Un’opera quindi che può invitare ciascuno spettatore a interrogarsi su quale sia la cosa giusta da fare e quale grazia vada concessa, soprattutto a sé stessi.
Segnalo infine un’opera prima di una giovane regista italiana, Margherita Spampinato, nata a Palermo nel 1979, che ha lavorato come segretaria di edizione sui set di importanti registi italiani come Marco Bellocchio, Sergio Castellitto e Franco Battiato e ha frequentato uno stage presso le case di produzione S.P.A.C.E. Productions e Chance Productions di Parigi.
La storia che Gioia mia ci propone è naturalmente ambientata in Sicilia e ha per protagonista un bambino del nord, che in treno raggiunge l’isola perché temporaneamente i genitori non possono accudirlo e anche l’amata baby sitter lo ha abbandonato. Lo accoglie Gela, una anziana zia apparentemente poco affettuosa e che lo ospita in una casa abitata prevalentemente da signore della sua età. Lui si sente un po’ spaesato, lontano dalla sua vita “normale” e senza wi-fi: il telefonino è più isolato di lui.
In cortile altri bambini giocano ma l’approccio non è dei migliori. Poi però Nico, così si chiama, comincia a scoprire un mondo nuovo. La curiosità sconfigge l’apatia e l’infanzia vive importanti tappe di crescita, tra sfumature misteriose e simpatie mai provate. Tra un bagno al mare e un gioco a nascondino il racconto si snoda colorato di autenticità e la trama si fa sempre più avvincente. La regista sa cogliere e trasmettere con eccezionale sensibilità i sorrisi e i tormenti del suo giovane attore, Marco Fiore, davvero straordinario. Perfetta anche l’anziana zia, Aurora Quattrocchi, che dietro la sua austera facciata, conserva un passato difficile che rivendica con orgoglio e sofferenza. Sarà questo a stabilire il contatto col nipotino e a renderlo consapevole che proprio lontano dalle comodità e sicurezze del nord sta vivendo l’occasione fondamentale per riuscire vittorioso nello scontro tra modernità e passato, fede e ragione, lentezza e frenesia.
Alla proiezione a cui ho assistito è successa una cosa strana: ai titoli di coda non si è alzato nessuno. Tutti hanno aspettato la loro fine, sottolineata da un piacevole brano musicale. Quasi a non voler uscire non solo dalla sala, ma dalla storia di un bambino che si incammina verso l’adolescenza con qualcosa in più.
Ivan Andreoli
























