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L’adolescenza non è facile neanche per i genitori
Carpi | 14 Febbraio 2018

“Il gruppo dovrebbe fornire momenti di divertimento e crescita attraverso esperienze positive. Quando accadono cose di questo tipo si verifica il peggio di ciò che all’interno di un gruppo può succedere: la disconnessione del cervello e di un pensiero razionale con la conseguente perdita del controllo che porta all’episodio di violenza. In questo caso, all’interno del gruppo nessuno è stato capace di opporre un pensiero individuale per contrastare ciò che stava accadendo” spiega la dottoressa Silvia Sabattini, psicologa e psicoterapeuta, il cui lavoro si concentra in gran parte sull’età adolescenziale. La dottoressa Sabattini si riferisce al video in cui nove ragazzini prendono a calci e pugni un loro coetaneo in centro storico.
Cosa innesca episodi di questo genere?
“L’onda emotiva che si genera nel momento in cui ci si scaglia contro qualcuno costringe in pochi secondi a decidere se stare dentro al gruppo od opporsi: a quest’età si predilige l’idea di stare dentro e, piuttosto che prenderle, magari le do. L’importante è rimanere dentro al gruppo tant’è vero che, a volte, chi le prende piuttosto che essere fuori dal gruppo continua a mantenere questo ruolo”.
Cosa può cambiare queste dinamiche?
“Lo smascheramento e la visibilità sono eventi che li portano a riflettere e anche, paradossalmente, a guardarsi dall’esterno: questo può dare loro un’ottima occasione per pensare. Così come chi assiste dall’esterno può contribuire a fermare il reiterarsi di questi episodi che in qualsiasi momento si possono interrompere. In ogni momento ciascuno è libero di non starci più”.
Che ruolo hanno le famiglie?
“Le famiglie spesso non sono al corrente di queste dinamiche di gruppo. Per lo più, non si racconta ai genitori ciò che accade all’interno del gruppo per tanti motivi: prima di tutto per poter raccontare bisogna avere coscienza e consapevolezza dell’accaduto e dargli un certo peso. In secondo luogo, l’intervento dell’adulto non è sempre positivo nel senso che, a volte, si aggrava la posizione di chi già subisce. Sono dinamiche molto complesse ed è difficile muoversi al loro interno. Normalmente i genitori tendono a difendere la responsabilità individuale del figlio, non si occupano dell’evento nella sua interezza e complessità, non si preoccupano del fatto che sia stato arrecato danno a qualcuno. A scuola, spesso e volentieri, nei casi peggiori, i genitori assumono il ruolo di avvocati difensori dei propri figli.
Ci sono anche dei casi migliori: genitori che hanno pubblicamente chiesto scusa a chi aveva subito un danno da parte dei loro figli e che dicono io non so cosa sia successo ma comincio col chiedere scusa per mio figlio se qualcuno si è fatto male. E’ un primo tentativo di renderli consapevoli di ciò che sta accadendo e della possibilità di fare anche cose migliori insieme. E’ nell’essere genitori il fatto di non riuscire sempre a essere lucidi e razionali nella visione dei propri figli. Nella maggior parte dei casi ce la mettono tutta: alcuni riescono a prendere in considerazione l’idea di poter fare con loro dei percorsi che vanno al di là delle spiegazioni e li aiutano a conoscere anche delle esperienze di tipo diverso e più positive. Negare il fatto che ci sia una qualche responsabilità o che esistano dei problemi non aiuta”.
I ragazzi hanno la consapevolezza delle conseguenze delle loro azioni?
“Nei casi fortunati in cui mi è capitato di poterli ascoltare pare di no. Dichiarano che in quel momento si trattava prevalentemente di un gioco, di uno scherzo e di sicuro non avevano intenzione di fare male, ma questo non giustifica il fatto che poi, a volte, qualcuno si fa male, perché anche uno sgambetto può essere irrilevante e può far ridere ma se poi qualcuno si fa male davvero, quello non è più uno scherzo”.
A che età si matura la consapevolezza?
“I più fortunati lo capiscono velocemente che offendere, prendere in giro, arrecare danno agli altri sono comportamenti che non ci rendono gradevoli e amabili: si tratta di atteggiamenti molto infantili di affermazione di se stessi a discapito di altri. Prima lo si impara, meglio è, per essere cercati e accolti nei gruppi. Fino al biennio delle superiori qualcuno (specialmente fra i maschi) può ancora pensare che sia utile affermarsi attraverso la forza fisica, con il tempo però, se non si affinano capacità sociali più elevate, (come esprimere se stessi senza i pugni,  essere simpatici senza offendere, essere capaci di accogliere e comprendere gli altri) non si può avere successo nelle relazioni e nemmeno nella carriera.
Le nostre capacità più elevate risiedono nel pensiero, il quale dovrebbe sempre essere anteposto all’azione; un pensiero che tenga conto il più possibile delle conseguenze e delle ripercussioni sugli altri. E’ questo tipo di pensiero che cerchiamo di far maturare negli adolescenti, unitamente a una  visione prospettica sul futuro”.
E’ una lotta impari quella tra genitori e tecnologia?
“No, non possiamo assolutamente esimerci. Sta nella responsabilità educativa degli adulti continuare a esprimere opinioni, posizioni e valori”.
Cos’è cambiato rispetto a episodi analoghi che si verificavano in età adolescenziale nel passato?
“La visibilità. Oggi siamo visibili a tutti in qualsiasi momento: ovunque ci possono essere telecamere che ci riprendono. Il fatto che siano maggiori le possibilità di disvelare gli episodi rappresenta una possibilità in più per le vittime di uscire da certi ruoli in cui, in passato, si rimaneva incastrati. Vale anche per gli aggressori. Io credo ci sia sempre la possibilità di riscattarsi”.
Che ruolo spetta all’informazione?
“Tutelare sempre tutti, non sovraesporre certe situazioni e prestare attenzione ai termini”.
Sara Gelli

 


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