Liberare la mente, rallentare. Guardarsi dentro. Per il carpigiano 46enne Andrea Mirra, il Cammino di Santiago non è stato soltanto un viaggio. È stato, prima di tutto, un bisogno. Quello di fermarsi dopo tre anni complicati, tra il lavoro e la vita personale, e ritrovare uno spazio che da tempo non riusciva più a concedersi. Per una decina d’anni Andrea ha lavorato come responsabile della produzione in una grande azienda. Un ruolo impegnativo, che negli anni ha finito per assorbire gran parte delle sue energie. “A un certo punto mi sono accorto di aver perso la bussola e che alcune persone mi stavano trattando come una tacca sulla cintura e ho sentito la necessità di prendermi del tempo per me”. L’idea di affrontare il Cammino di Santiago era maturata da tempo, tanto che avrebbe dovuto essere il progetto dell’anno prossimo poi, però, qualcosa è cambiato. Il 29 luglio Andrea ha comprato un biglietto aereo per Porto e il giorno dopo è partito. Senza aspettare, senza organizzare tutto nei dettagli. “Sono partito e poi mi sono arrangiato”. Dopo una notte a Porto, ha iniziato a camminare lungo il Cammino Portoghese Centrale: 244 chilometri fino a Santiago, percorsi in dieci giorni, “sono arrivato il 9 agosto alle 11.38. Un momento che non potrò dimenticare”.
Nello zaino c’era tutto quel che serviva per affrontare il viaggio: qualche ricambio, le necessarie precauzioni, il minimo indispensabile. Ma c’era anche un altro zaino, molto più pesante. Impalpabile. “Quello emotivo”, lo chiama Andrea. Era quello che sentiva il bisogno di svuotare. Ogni giorno ha percorso circa 25 chilometri. Ha lavato i propri vestiti la sera, ha imparato ad accontentarsi di poco, a gestire la fatica e il dolore ai piedi e alle gambe. Ma soprattutto ha imparato a camminare da solo. Il Cammino Centrale, in alcuni tratti, gli ha regalato giornate quasi in solitudine, con poche persone incontrate lungo il percorso e persino qualche notte trascorsa da solo in ostello.
“È stata un’esperienza molto intima; avevo tanto tempo per stare da solo e cercare di fare ordine dentro di me”. Il cammino è diventato così una sorta di esercizio di essenzialità. Camminare significava anche scegliere cosa portare con sé e cosa, invece, lasciare andare. “Mi ha lasciato spazio. Ho buttato tante cose che non mi servivano più e mi ha aiutato a liberarmi da molti pesi”.
La fatica fisica, a un certo punto, si è fatta silenziosa. “Quando testa e spirito si sono allineati, il dolore alle gambe è sparito”. Una sensazione che Andrea porta con sé come una delle lezioni più importanti di quei giorni. “Il vero cammino non ha nulla a che vedere con i 244 chilometri percorsi, per quanto mi riguarda è cominciato quando sono arrivato a Santiago”. Un arrivo che ha segnato un nuovo inizio, questa volta dentro di sé.
A casa, ora, qualcosa è cambiato. “Mia moglie mi vede sorridere nuovamente”, racconta. Felice. Andrea ha voluto dedicare questo cammino a sua moglie Samantha, alla figlia Beatrice e a due figure che, per motivi diversi, sono nel suo cuore, Anthony Bourdain e Diego Armando Maradona. Andrea è tornato a casa leggero, con la consapevolezza che, qualche volta, per ritrovare la propria strada serve il coraggio di fermarsi, partire e iniziare a camminare.
Jessica Bianchi