Al primo sguardo l’Ulisse di Christopher Nolan mi ha stupito perché mi aspettavo un Kolossal con la K maiuscola: inquadrature dall’ampiezza spropositata, paesaggi sconfinati, scene di grande impatto visivo. Anche perché il film è stato girato col sistema IMAX 70mm che è un formato altamente spettacolare che richiede sale appositamente predisposte e attrezzate. Ne vidi una a Parigi un po’ di tempo fa ed era un portento. Purtroppo nei paraggi, sale IMAX non ce ne sono e dunque dobbiamo rinunciare a questa particolare dimensione percettiva. E’ vero che la forma è anche contenuto, ma non penso comunque che la visione nei cinema nostrani sia penalizzante ai fini della ricezione dei contenuti che l’autore ha voluto trasmettere con la sua personale visione del poema forse più iconico dell’antichità.
Non amo particolarmente i cosiddetti blockbuster moderni e la mia memoria conserva le grandi produzioni hollywoodiane di quando ero giovanissimo e famelico spettatore di grandi emozioni visive. Ho ancora davanti a me l’enormità di Lawrence d’Arabia, i fasti di Cleopatra e la lunghezza meticolosa ma digeribilissima del Gattopardo e del Ludwig di Luchino Visconti. Ricordo che da acerbo adolescente più i film erano lunghi è più li ambivo, perché restavo in quella buia dimensione fantastica per più tempo e i sogni duravano di più.
Questa Odissea non è nulla di tutto ciò.
Il racconto si sviluppa in una dimensione molto misurata, oserei dire umile: l’inquadratura prevalente quando non è il Primo Piano, è comunque ravvicinata e il fotogramma è riempito più dalle persone che dal paesaggio che spesso rimane uno sfondo, importante ma uno sfondo. E questa scelta di regia ci indica di guardare anche oltre l’immagine, così come si legge un romanzo tra le righe.
La macchina da presa segue e si affianca ai personaggi cercandone l’intimità, il pensiero, i desideri, la nostalgia, la sfida dell’ignoto, la ricerca della conoscenza, il timore e la speranza di un futuro. Tutte caratteristiche di Ulisse ma equamente distribuite anche nei comprimari. Occorre ricordare che essendo il poema omerico frutto di racconti orali, leggende tramandate nel tempo e fantasie generose di invenzioni contese tra memorie incerte e mitologie assodate, il regista ha potuto muoversi con la massima libertà espressiva.
Pochi giorni prima della visione del film, su Rai Storia ho casualmente assistito a una trasmissione sul famoso Cavallo inventato da Ulisse per risolvere la Guerra di Troia. Ne ho tratto la consapevolezza, confermata dallo storico presente, che non c’era molto da fidarsi di quei racconti dalle origini probabilmente improbabili. Ma mi è stato utile perché ho rinfrescato i ricordi scolastici delle medie: quell’Iliade e quell’Odissea di cui all’epoca ho maledetto ogni verso.
Perché non scriverla in prosa, mi chiedevo, che mi toccava andare a leggere a piè di pagina note scritte in piccolo, più lunghe e ostiche del verso che intendevano chiarire. Ne risultava una lettura continuamente interrotta: per un bambino, una vera tortura. Dopo, avendo scelto studi tecnici, non ho più avuto a che fare con nessuno dei numerosi inquilini dell’Olimpo né con i loro sottoposti mortali. Un po’ più grandicello, sempre la Rai mi servì un “teleromanzo” a puntate davvero interessante e alla mia portata, che un po’ mi riconciliò con Omero. Ma il merito era senz’altro degli sceneggiatori, del regista e degli interpreti. La tecnologia del 1968 non consentiva di vederlo a colori, ma lo spettacolo non ne veniva sminuito. E la tv a colori non era nei “desiderata” di nessuno. Noi si gridava la fantasia al potere, non la tv.
Oggi comunque mi ritrovo a confrontarmi con questo film di cui non sentivo particolarmente la necessità. Ma il cinema mi suscita sempre una tale curiosità e passione che non potevo esimermi dal vederlo. Tanto più che Nolan merita la dovuta attenzione, la sua filmografia non è solo intrattenimento. Per non farmi cogliere completamente impreparato, prima della visione mi sono letto un riassuntino e preso nota dei personaggi che avrei incontrato sullo schermo.
Un consiglio che mi sento di suggerire agli spettatori come me, perché il film non spiega e non richiama. I personaggi entrano in scena e agiscono dando per scontato di essere immediatamente riconosciuti, e a volte il loro nome arriva dopo un po’.
Nella personalissima poetica di Nolan, il tempo gioca un ruolo fondamentale, e spesso il montaggio non è lineare. Anche in questo film c’è un continuo andirivieni tra un presente cinematografico non sempre apertamente visibile e diversi passati (flash-back) che mostrano l’avventuroso tentativo di ritorno a Itaca del vincitore di Troia. Il montaggio parallelo ci consente di assistere alle azioni di diversi personaggi che avvengono “mentre” Ulisse è alle prese con Calipso che lo trattiene nella sua isola, con l’aiuto dei fiori di loto per ben sette anni, nella speranza di averlo per sé. Poi consapevole dell’intramontabile amore che lega il “prigioniero” alla moglie Penelope lo lascia andare. Tutti gli episodi più famosi ed emblematici vengono naturalmente messi in scena, a partire da quello di Polifemo, che però mi ha deluso. L’ho trovato monco. Non esplicita l’astuzia di Ulisse che permette all’eroe e ai suoi uomini di scappare dalle voraci fauci di un gigante non sufficientemente mostruoso, dal corpo apparentemente esile, senza muscolatura evidente sotto la pelle rosea e viscida, che ho trovato più simile a un avatar di Cameron.
Seguiamo poi i marinai sopravvissuti all’inseguimento dei corazzati Ciclopi affrontare il pericoloso canto delle sirene con le orecchie tappate dalla cera dopo aver legato Ulisse all’albero della barca perché lui, invece, quel canto vuol sentire e resistergli. Il regista mette i tappi anche a noi spettatori e ci nega le sonorità ammaliatrici. Meglio non inventarle e lasciarle giustamente nell’eterno intrigante mistero. Quindi occlude il nostro udito, come già Spielberg ha fatto nella sanguinosa sequenza iniziale di Salvate il soldato Ryan quando la macchina da presa sprofonda sott’acqua e il rumore della guerra diventa un’eco lontana, compressa.
I momenti cruciali come Scilla e Cariddi e i personaggi salienti ci sono tutti: Menelao, Clitennestra, Atena, Tiresia, Agamennone e ultimo ma non meno importante il vecchio cane Argo. Un po’ strano il cavallo di Troia che scopriamo mezzo affondato sulla spiaggia e trascinato a braccia dentro la città da espugnare. Strano perché assomiglia più al cavallino rampante di una nota fabbrica automobilistica, lontano dall’iconografia classica del quadrupede ben piantato sulle zampe. Osserviamo anche che Telemaco, una volta cresciuto, conserva il suo volto quasi imberbe nonostante gli anni e gli affanni che lo percorrono, così come Penelope sfoggia la sua marmorea bellezza immune allo scorrere del tempo.
Infine devo ammettere che ho visto nella vendetta di Ulisse su un’infinità di Proci, più la forza di Terminator che la residua energia dell’anziano reduce da un’odissea lunga vent’anni. Ma la struttura circolare dell’opera che ricongiunge anche sonoramente la prima sequenza del film con quella iniziale dell’epilogo, evidenzia e riafferma l’eternità di un racconto che mantiene il mito al riparo del tempo.
Ivan Andreoli