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Quando il monastero era una fabbrica

Prima di diventare un monastero e ospitare per oltre settant’anni le suore Cappuccine, lo stabile di via Trento e Trieste ha avuto una storia ben diversa, legata alla vocazione manifatturiera di Carpi. All’inizio del Novecento, infatti, tra quelle mura si producevano letti e mobili in ferro e ottone. Un capitolo poco conosciuto del passato dell’edificio, che oggi, dopo la partenza delle ultime religiose, è tornato al centro dell’attenzione per una destinazione futura ancora tutta da definire.

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1915 - Società operaia – Fabbrica letti e mobili in ferro (foto dall’archivio di Mauro D’Orazi)

Prima di diventare un monastero e ospitare per oltre settant’anni le suore Cappuccine, lo stabile di via Trento e Trieste ha avuto una storia ben diversa, legata alla vocazione manifatturiera di Carpi. All’inizio del Novecento, infatti, tra quelle mura si producevano letti e mobili in ferro e ottone. Un capitolo poco conosciuto del passato dell’edificio, che oggi, dopo la partenza delle ultime religiose, è tornato al centro dell’attenzione per una destinazione futura ancora tutta da definire. Sul Bollettino di Notizie Commerciali datato 14 luglio 1910 si legge della costituzione, nel giugno dello stesso anno, della Società operaia – Fabbrica letti e mobili in ferro di Montecchi, Masini e C., a Carpi. Una società collettiva con un capitale di 11.200 lire. All’origine dell’attività c’era Pietro Montecchi che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, intuì le potenzialità della lavorazione dei metalli applicata all’arredamento domestico. Con la nascita della Società operaia, una lavorazione fino ad allora legata prevalentemente alla dimensione artigianale della bottega del fabbro si trasformò in una vera e propria attività manifatturiera.

Sotto la guida della famiglia, lo stabilimento carpigiano si specializzò nella produzione di letti in ferro e ottone dalle finiture elaborate, conquistando una posizione di rilievo anche oltre i confini provinciali. La società rimase nei locali di via Trento e Trieste, di proprietà della famiglia Tirelli, fino agli anni della Prima guerra mondiale, quando lo stabile venne occupato e destinato ad altri usi. In un primo momento vi trovò spazio un’attività di maniscalco; successivamente, l’edificio fu utilizzato come succursale per il magazzino del vestiario e come magazzino per la disinfezione, secondo quanto riportato nei documenti dell’epoca.

La presenza della Società operaia nello stabile è documentata anche nel 1919, dopo la fine della guerra, ma non è nota la data esatta in cui l’attività lasciò definitivamente i locali. Occorre arrivare al 1950 per una nuova svolta nella storia dell’edificio. Fu allora che don Vincenzo Benatti lo acquistò dalla famiglia Tirelli per destinarlo a monastero.

Una funzione che lo stabile ha mantenuto per oltre settant’anni, fino al novembre 2023, quando le ultime tre suore Cappuccine si sono trasferite nella vicina Correggio. Scaduti i termini entro i quali la Curia di Carpi avrebbe potuto esercitare il diritto di prelazione sull’immobile, di proprietà della Fondazione delle Clarisse Cappuccine d’Italia, l’edificio rimasto vuoto è finito sul mercato immobiliare e verosimilmente già venduto.

Che cosa sorgerà al suo posto? Tra le ipotesi vagliate dalla Curia, che ha poi rinunciato a presentare una propria proposta, c’erano la realizzazione di uno studentato oppure di alloggi a uso sociale o destinati a lavoratori fuori sede, in soluzioni capaci di rispettare la dimensione comunitaria che caratterizza l’edificio. Altre destinazioni potrebbero invece incontrare ostacoli legati agli eventuali vincoli di tutela. Per ora, comunque, il futuro del monastero resta in sospeso e ogni possibilità rimane aperta, in attesa che si delinei una nuova destinazione per uno stabile che, nel corso della sua storia, ha già cambiato più volte volto e funzione.

Jessica Bianchi