L’arrivo della nave MV Hondius è previsto per oggi a Tenerife. L’Oms ha disposto che i passeggeri siano sbarcati e riportati a casa nonostante il periodo di incubazione dell’hantavirus sia di quaranta giorni. Alcuni Paesi tra cui Usa, Gran Bretagna e nazioni europee invieranno aerei per il servizio di trasporto sicuro. A casa resteranno in isolamento per 42 giorni monitorando febbre e altri sintomi. Sulla nave, tra l11 aprile e il 2 maggio l’hantavirus ha ucciso tre volte. L’hantavirus fa paura, ma l’OMS rassicura dicendo che non siamo all’inizio di una nuova pandemia. A fare chiarezza è la professoressa dell’Università di Modena e Reggio Emilia Cristina Mussini, presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit)
Di che virus si tratta?
Bisogna innanzitutto precisare esistono circa 40 tipi diversi di hantavirus. La preoccupazione attuale riguarda uno specifico ceppo, il cosiddetto “ceppo andino”, l’unico caratterizzato dalla trasmissione interumana. In generale, gli hantavirus causano due tipi di patologie: una, presente nei Balcani e in Asia, porta a insufficienza renale e sindrome emorragica; l’altra, tipica del “Nuovo Mondo” (Americhe), causa una sindrome cardiopolmonare.
Qual è la gravità di questa sindrome legata al ceppo andino?
La mortalità è molto elevata, può arrivare fino al 50%. Il virus causa insufficienza respiratoria e cardiaca, oltre a un gravissimo calo delle piastrine con emorragie. Il nostro sistema immunitario non ha mai visto questo virus e reagisce in modo anomalo: è proprio questa risposta immunitaria eccessiva a danneggiare i polmoni e il cuore.
Se è così pericoloso e si trasmette per via respiratoria, perché l’OMS sostiene che non sia una pandemia?
Al momento il focolaio è ristretto a una nave, un ambiente controllato. Sappiamo che 23 persone hanno contratto il virus e un’assistente di volo KLM è ricoverata. È vero che la trasmissione respiratoria preoccupa sempre, come ci ha insegnato il Covid, ma il fatto che sulla nave non ci siano italiani è, per ora, un piccolo aiuto per noi. Tuttavia, nessuno può dirsi totalmente al sicuro finché non capiremo la nostra reale capacità di controllare l’infezione.
La nave sta arrivando alle Canarie e i turisti saranno rimpatriati. Qual è il rischio maggiore in questa fase?
Il problema principale è l’incubazione, che può durare fino a 40-50 giorni. È un periodo lunghissimo. Dal punto di vista medico, queste persone dovrebbero restare in isolamento per due mesi. Abbiamo già visto casi di contagio sospetto tra passeggeri e personale di bordo.
Esistono cure o terapie specifiche per chi si ammala?
Purtroppo non esiste una terapia specifica. I pazienti critici vengono ricoverati in terapia intensiva e sottoposti a strategie di supporto per cuore e polmoni. Molti vengono intubati e trattati con farmaci attivi sul cuore, ma c’è poco altro che si possa fare al momento.
Qual è stata la sua reazione quando ha saputo del focolaio sulla nave?
Inizialmente ero tranquilla, pensavo che la quarantena sulla nave sarebbe bastata. Speravo si trattasse dei ceppi classici, quelli che si trasmettono solo tramite il contatto con feci o urine di piccoli roditori (criceti o topi domestici) tipici dei paesi endemici. Ma quando è emerso che si trattava del ceppo andino, capace di trasmettersi da uomo a uomo per via respiratoria, il quadro è cambiato. Restiamo fiduciosi, ma l’attenzione deve restare altissima.
Sara Gelli