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L’UE nella spirale delle crisi: emergenze senza strategia

L’Europa si trova davanti l’ennesima crisi da affrontare dopo quella delle dot-com del 2001, dei subprime del 2008, dei debiti sovrani che ha coinvolto Grecia, Irlanda Spagna fino alla crisi del Covid. E sorge il dubbio che l’UE operi in una modalità di "gestione permanente delle crisi" attraverso risposte d'emergenza piuttosto che con una pianificazione strategica a lungo termine.

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L’Europa si trova davanti l’ennesima crisi da affrontare dopo quella delle dot-com del 2001, dei subprime del 2008, dei debiti sovrani che ha coinvolto Grecia, Irlanda Spagna fino alla crisi del Covid. E sorge il dubbio che l’UE operi in una modalità di “gestione permanente delle crisi” attraverso risposte d’emergenza piuttosto che con una pianificazione strategica a lungo termine. Il risultato del susseguirsi di shock esterni e interni è una UE che appare trasformata rispetto all’originario disegno che era stato concepito.

Gli strumenti messi in campo per gestire queste crisi si sono dimostrati più volte inadeguati eppure restano sempre gli stessi. Nel caso del ‘borsino’ per l’energia (il TTF di Amsterdam) nato per essere un punto di riferimento per il prezzo del gas, non si è fatto nulla per evitare che fosse influenzato da massicce speculazioni finanziarie.

E ancora. La Banca Centrale Europea (BCE) insiste sulla stabilità dei prezzi nella convinzione che sia il miglior contributo che può dare al benessere dei cittadini e alla stabilità finanziaria a lungo termine ma questa rigidità nel controllo dell’inflazione comporta rialzi dei tassi che rallentano l’economia e un aumento della disoccupazione con la conseguenza che, proprio nei momenti di crisi, famiglie e imprese sono penalizzate.

Quando un paese dipende dall’estero per beni essenziali (energia e materie prime) e il prezzo di questi beni aumenta, si genera inflazione importata. Succede che il fornitore straniero alza i prezzi o la disponibilità del bene diminuisce e così i prezzi interni salgono indipendentemente dalla volontà dei consumatori locali. Non si tratta di un’inflazione causata da troppi soldi in circolazione, ma dalla mancanza fisica di un bene. Se l’inflazione è causata da shock di offerta (mancanza di un bene), alzare i tassi di interesse risulta un paradosso poiché aumenta il costo del denaro per le imprese che già soffrono proprio nel momento in cui avrebbero bisogno di investire per contrapporsi alla crisi di materie prime (magari strutturandosi per diventare indipendenti).

Rendere i mutui e i prestiti più cari, costringendo la gente a spendere meno e le imprese a investire meno abbassa la domanda generale per bilanciare la scarsità di offerta. In pratica si cerca di curare un problema di “mancanza di offerta” raffreddando la “domanda”: questa politica europea limita la crescita economica e rischia di causare una recessione.

Contestualmente lo Stato è costretto a procedere con tagli alla spesa sanitaria e a quella per le pensioni allo scopo di ridurre il deficit.

Il rischio è di curare una “malattia esterna” (prezzi esteri alti) con una “dieta forzata interna” (tassi alti e tagli), che colpisce chi è già in difficoltà.

Come posso, da cittadino italiano, credere in un’Unione Europea capace di risolvere i problemi quando pare ne sia all’origine?

Ormai alle spalle ci sono decenni di esperienza per poter affermare che non è andata come ci avevano detto e non vogliamo sentire la solita ‘ramanzina’ sull’austerity e che ‘non siamo virtuosi’.

L’ennesima conferma arriva dalla situazione attuale legata allo shock energetico causato dal nuovo conflitto in Medio Oriente: la BCE ha lasciato i tassi fermi al 2%, ma ha segnalato la disponibilità ad alzarli nuovamente se l’inflazione, guidata dai prezzi energetici, dovesse persistere o cronicizzarsi.

In questo contesto di crisi ci si sarebbe potuti aspettare almeno un ripensamento della questione della transizione ecologica europea e un  bilanciamento degli obiettivi climatici con la necessità di autonomia industriale, invece l’Unione Europea tira dritto consegnandosi mani e piedi alla Cina.

Per permettere alle imprese di sopravvivere all’ennesima crisi occorre lasciarle un po’ più libere, snellire la burocrazia, evitare di ingessarle con un moloc di regole green quasi fossero responsabili dell’immissione di co2 nell’aria quando stanno bruciando intere riserve petrolifere nei territori di guerra mediorientali.

Il dubbio è che ci sia un interesse internazionale a estrarre ricchezza dall’Europa perché gli Stati saranno costretti a esser finanziati dai fondi a prezzo più alto e preleveranno la ricchezza dai propri cittadini. La struttura dell’Eurozona, caratterizzata da una moneta unica ma da bilanci nazionali separati e da un elevato debito pubblico, rende gli stati vulnerabili alla volatilità dei mercati finanziari, creando di fatto una pressione strutturale per l’estrazione di valore dall’economia reale verso il settore finanziario.

I popoli si stanno accorgendo che si stanno impoverendo, che non sono più sicuri, che non hanno prospettiva e non c’è nessun progetto politico in grado di interpretare il loro sentiment perché il progetto europeo è verticistico e non democratico. Le democrazie dei singoli paesi zoppicano e non riescono più a farsi interpreti di un messaggio di fiducia e speranza da dare ai propri cittadini.

PAP20