“È Carpi ma sembra Islamabad” è il titolo del reportage pubblicato sul numero di Panorama uscito oggi a cura della giornalista Eugenia Fiore che è stata nei giorni nella nostra città dove c’è una delle più grandi comunità di pakistani e sono sette le moschee, quasi tutte concentrate in via Unione Sovietica: cinque appartengono alla comunità pachistana (tre sunnite e due sciite). Il testo è corredato di foto della piazza in cui passeggiano due uomini con abiti tradizionali, del Biscione e di un interno in cui tre bambine di cinque e sei anni aspettano la lezione coranica separate da una tenda al di là della quale staranno i maschi, foto della ricorrenza sciita dell’Ashura, durante la quale centinaia di uomini, in segno di penitenza, si battono con forza il petto per tutta la durata del tragitto.
L’incontro con Afzaal e i suoi amici avviene in un bar del centro storico e per comunicare viene usato un traduttore sul telefono perché l’italiano non lo conoscono nonostante siano qui da quattro anni. “Appartengono alla componente sciita – scrive la giornalista Fiore – una tradizione distinta con proprie autorità religiose. Non è un caso che si trovino a Carpi: la cittadina è diventata negli anni uno dei principali centri italiani di questa corrente islamica. Per molti di loro l’Iran rappresenta un punto di riferimento dato che è il principale Paese a maggioranza sciita”. Quando la giornalista chiede cosa ne pensino delle manifestazioni in corso, dei giovani che protestano e delle uccisioni con estrema naturalezza ribadiscono, in urdu, che Khameini è una brava persona.
A conferma del fatto che questa comunità vive esattamente come nel proprio paese d’origine, emerge nelle risposte il rifiuto di accogliere le tradizioni e la cultura italiane (Afzaal fa segno di ‘no’ con le dita) e “devi capire che un giorno l’islam prevarrà sul mondo intero” conclude la conversazione
Per capire il significato della frase, Eugenia Fiore si sposta in via Unione Sovietica dove lo scenario è quello che i carpigiani ben conoscono: porte spaccate, materassi a terra, pattume. Qui, nel Biscione, si trovano le sale che appartengono alla comunità pakistana. L’imam Mahdi e il suo portavoce Ali Razha le dicono di togliere le scarpe e sedersi con loro. Le risposte rispetto a quello che accade in Iran si limitano a un “non sappiamo” e poi l’imam se ne va.
Ci sono due ragazze quindicenni all’uscita che danno “forma a una società parallela fatta di rigide regole religiose da seguire: ogni giorno si recano al centro islamico per studiare il Corano, per tre o quattro ore e possono solo frequentare le femmine “Potrete scegliere con chi sposarvi un domani?” chiede la giornalista di Panorama. “No. Non possiamo, è la nostra famiglia a decidere il nostro futuro marito”.
Nel labirinto del Biscione c’è una sala gremita di bambini seduti a terra per la lezione dell’imam ma, alla richiesta di ulteriori informazioni, la porta si chiude.
I flussi migratori dal Pakistan verso Carpi non accennano ad arrestarsi e “prende forma una città dentro la città, con ritmi, regole e silenzi propri. E un confine invisibile che sembra allargarsi ogni giorno”.
S.G.