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R.I.P. – Requiescat In Pace, Matteo Lugli racconta una storia di morte, amore e speranza

Un misterioso manufatto, una lingua sconosciuta e un oggetto che sembra arrivare da un luogo impossibile. È da qui che prende avvio R.I.P. - Requiescat In Pace, il nuovo cortometraggio di Matteo Lugli, che sarà proiettato stasera, giovedì 15 ottobre, alle ore 21:15, all’Auditorium Enzo Ferrari di Maranello, nell’ambito della 25esima edizione de L’Ignoto e l’Evidente, organizzata dal Circolo Fotografico Blow Up di Maranello. Al centro della storia c’è l’edificio a forma di cubo del Cimitero di San Cataldo di Modena, progettato da Aldo Rossi e Gianni Braghieri all’inizio degli Anni ‘70. Numerose le scene girate a Carpi.

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Un misterioso manufatto, una lingua sconosciuta e un oggetto che sembra arrivare da un luogo impossibile. È da qui che prende avvio R.I.P. – Requiescat In Pace, il nuovo cortometraggio di Matteo Lugli, che sarà proiettato stasera, giovedì 15 ottobre, alle ore 21:15, all’Auditorium Enzo Ferrari di Maranello, nell’ambito della 25esima edizione de L’Ignoto e l’Evidente, organizzata dal Circolo Fotografico Blow Up di Maranello. Al centro della storia c’è l’edificio a forma di cubo del Cimitero di San Cataldo di Modena, progettato da Aldo Rossi e Gianni Braghieri all’inizio degli Anni ‘70. Un’architettura diventata uno dei simboli più riconoscibili di Modena, capace di attirare fotografi e visitatori affascinati dalla sua forma geometrica e dalla sua forza visiva.

Matteo, nei precedenti cortometraggi ti sei sempre occupato della produzione e del montaggio, quella di R.I.P. è la sua prima esperienza alla regia…

“È vero: questa è la prima opera in cui il mio nome compare come regista. A Bologna ho incontrato un insegnante di montaggio, Paolo Vanghetti, che mi ha trasmesso la sua passione. Una passione che ha influenzato il mio modo di raccontare attraverso le immagini. Il montaggio rimane, infatti, la mia vera passione. Con R.I.P. ho deciso di mettermi alla prova in un ruolo nuovo. La regia significa seguire la storia in ogni sua fase, dalle prime idee fino alla post-produzione, cercando di mantenere sempre chiara la visione d’insieme senza perdere di vista i dettagli”.

Torniamo a R.I.P., da dove nasce la storia?

“L’idea nasce da due racconti del correggese Marcello Casarini, al quale avevo chiesto di immaginare una storia dove l’edificio venisse completamente decontestualizzato dal suo ruolo originario. Il primo, caratterizzato da un taglio più storico, raccontava di un misterioso manufatto con caratteri scritti in una lingua sconosciuta. È proprio dall’idea del primo racconto che nasce uno degli elementi visivi più enigmatici del cortometraggio: un alfabeto alieno, composto da misteriosi simboli disegnati sulla superficie del cubo. Quei segni non sono un semplice elemento decorativo, ma accompagnano lo spettatore, diventando una presenza costante per tutta la storia”.

Quali location avete utilizzato?

“Le immagini della scena che apre il cortometraggio provengono dal Monte Baldo e dalla Lessinia, due aree del veronese che amo particolarmente. C’è poi un’intera scena girata a Modena, intorno al cubo di Aldo Rossi. Tutte le altre fotografie sono state scattate a Carpi, dove vivo da una decina d’anni. Per gli esterni abbiamo utilizzato Piazza Garibaldi, dove abbiamo girato una scena con la collaborazione della Croce Blu di Carpi e grazie alla disponibilità di due locali, Allosteria e Cafè 39, che ci hanno messo a disposizione alcuni dei loro spazi. Per gli interni, il Comune di Carpi ci ha permesso di girare un’intera scena nella Biblioteca Multimediale Loria. Siamo riusciti a ottenere anche l’autorizzazione da parte dell’Ospedale Ramazzini per scattare alcune immagini all’interno del Pronto Soccorso. Sono particolarmente contento di questo risultato, perché poter fotografare un ambiente così delicato e normalmente non accessibile al pubblico non è affatto scontato”.

Dopo più di due anni di lavoro, cosa significa vedere finalmente R.I.P. sullo schermo?

“È una sensazione difficile da descrivere. Per più di due anni questo progetto è stato una presenza costante nella mia vita e negli ultimi cinque mesi è diventato un secondo lavoro, vissuto tra organizzazione, sceneggiature, fotografie, montaggio, animazioni e post-produzione. Ora finalmente esce da quel computer e diventa qualcosa di diverso: non è più soltanto il mio film, ma una storia che viene affidata agli occhi e alle emozioni di chi la guarderà. Ed è proprio questo l’aspetto che mi incuriosisce di più”.

Cosa dovrebbe portarsi a casa lo spettatore vedendo R.I.P.?

“Alla fine del cortometraggio mi piacerebbe che lo spettatore pensasse che non conosciamo ancora tutto e che forse ci sono luoghi che ci aspettano dopo la nostra morte corporea. Non voglio dare una risposta, ma lasciare una domanda, una possibilità, qualcosa su cui continuare a riflettere anche dopo la fine del film. E, soprattutto, mi piacerebbe che rimanesse un sentimento di speranza. Dietro le animazioni, le fotografie, il montaggio e la complessa post-produzione rimane una storia fatta di persone, di felicità, di dolore, di perdita e della possibilità di andare avanti”.