Mentre il PIL dell’Eurozona sfiora la stagnazione e il debito pubblico continua a crescere, le scelte della BCE e dei leader europei rischiano di spingere il continente verso una spirale recessiva senza via d’uscita.
L’Europa si trova di fronte a una fotografia impietosa del proprio stato di salute economico. Con una crescita del PIL praticamente azzerata, gli Stati membri soffrono per il costante peggioramento delle finanze pubbliche e gli storici parametri stabiliti a Maastricht — il tetto del 3% nel rapporto deficit/PIL e del 60% per il debito pubblico — appaiono oggi sempre più lontani e inapplicabili.
Il deterioramento non risparmia neppure le locomotive dell’economia europea: la Germania registra un incremento preoccupante della propria esposizione debitoria, mentre la Francia ha ormai superato abbondantemente la soglia del 100%, avvicinandosi progressivamente ai livelli critici dell’Italia, la cui situazione rimane incagliata in una stagnazione di lungo periodo.
In questo quadro di forte fragilità finanziaria interna, l’Unione Europea ha intrapreso impegni economici di enorme portata verso l’esterno. Tra prestiti e aiuti a fondo perduto, sono stati stanziati circa 300 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina — Paese extra UE ed extra NATO piegato da anni di conflitto — destinati prevalentemente alla spesa militare (spesso con acquisti diretti dall’industria della difesa statunitense) e al sostentamento dello stesso apparato statale.
A questi costi si sommano le conseguenze delle scelte geopolitiche degli ultimi anni. La rottura dei rapporti commerciali con la Russia ha privato l’industria europea delle materie prime e delle risorse energetiche a basso costo che ne alimentavano la competitività. Al contempo, la complessa situazione geopolitica e i conflitti in Medio Oriente hanno compromesso le rotte logistiche e ridotto ulteriormente le opzioni di approvvigionamento di petrolio e gas, innescando una forte spinta inflattiva.
L’auspicata autonomia energetica tramite le fonti rinnovabili sconta un ritardo strutturale di fondo: l’Europa ha incentivato il consumo e l’installazione di impianti verdi senza tuttavia sviluppare una propria filiera industriale per la produzione della tecnologia necessaria (come pannelli solari e batterie). Il risultato è una nuova forma di dipendenza da Paesi terzi, in primis la Cina e una vulnerabilità ulteriore nei rapporti con l’alleato statunitense, impegnato in una crescente rivalità strategica ed economica con Pechino.
Al centro di questo scenario si colloca la gestione monetaria da parte della Banca Centrale Europea. A differenza di altre grandi banche centrali mondiali — come la Federal Reserve statunitense o i soggetti di riferimento in Russia e Cina — la BCE opera con un mandato fortemente sbilanciato sul solo controllo dell’inflazione e sulla stabilità dei prezzi, privo di un vincolo diretto sulla tutela dell’occupazione e della crescita economica.
Di fronte a un’inflazione prevalentemente “importata” dal rincaro dei beni energetici e delle materie prime, la risposta della BCE è stata l’innalzamento continuo dei tassi d’interesse. Un approccio pensato tradizionalmente per raffreddare un’economia surriscaldata da un eccesso di domanda interna, ma che rischia di rivelarsi inefficace e punitivo per le famiglie e i cittadini, per le imprese e per i bilanci degli Stati.
L’aumento del costo del denaro e l’impennata dei tassi sui mutui, infatti, riducono il potere d’acquisto e azzerano gli investimenti immobiliari e le spese per consumi; il credito diventa eccessivamente oneroso, bloccando gli investimenti produttivi e spingendo le aziende a ridimensionare gli organici per far fronte ai costi; l’incremento della spesa per interessi sul debito sovrano riduce ulteriormente lo spazio fiscale dei Paesi ad alto debito come Italia e Francia. Senza la flessibilità sui vincoli di bilancio, i governi si trovano costretti a finanziare il maggior costo del debito operando tagli alla spesa pubblica essenziale, come sanità, previdenza e servizi ai cittadini.
La politica dei tassi alti ha tuttavia generato un marcato sbilanciamento a favore del settore bancario e finanziario. I principali istituti di credito hanno registrato profitti d’esercizio record (nel solo sistema italiano si sono toccati i 50 miliardi di utile), avvantaggiandosi dell’ampliamento della forbice tra i tassi applicati ai finanziamenti concessi e la remunerazione pressoché nulla riservata ai depositi e ai conti correnti dei risparmiatori.
Il rischio evidenziato da molti analisti è l’innesco di un circolo vizioso: il prosciugamento del credito e la compressione dei consumi rischiano sì di abbattere l’inflazione, ma attraverso il definitivo depauperamento del tessuto socio-economico europeo e l’azzeramento della domanda reale. Un prezzo estremamente alto che l’architettura politica ed economica dell’Unione sarà presto chiamata a valutare.
PAP20