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Associazioni culturali e religiose, sul monitoraggio degli immobili è scontro in Consiglio

Respinta la mozione di Fratelli d'Italia, approvata quella della maggioranza. Obiettivi simili, ma il confronto si è trasformato in uno scontro politico e ideologico.

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Prima di tutto, un dato politico: la discussione sulle due mozioni dedicate al monitoraggio degli immobili utilizzati da associazioni culturali e religiose è iniziata ben prima dell’apertura del dibattito in aula. La proposta di Fratelli d’Italia era stata infatti protocollata il 21 febbraio, mentre quella sottoscritta da Pd, Carpi a Colori e Alleanza Verdi Sinistra è arrivata a pochi giorni dal consiglio comunale del 25 giugno, con un impianto in larga parte analogo. Un passaggio che il centrodestra ha letto come un’occasione mancata per arrivare a un documento condiviso, sostenendo che sarebbe bastato emendare e integrare il testo già depositato. La maggioranza, invece, ha rivendicato la necessità di una proposta diversa nell’impostazione e nel linguaggio. Da qui un confronto che, ancora una volta, ha visto prevalere le differenze di approccio rispetto alla ricerca di una sintesi. Così il Consiglio comunale si è trovato a discutere due mozioni distinte ma accomunate dall’obiettivo di rafforzare il monitoraggio degli immobili frequentati da associazioni culturali, religiose e ricreative. Ad aprire il dibattito è stata Federica Carletti (FdI), che ha rimarcato la cronologia degli atti e il rammarico per non essere arrivati a un testo unitario. “Noi abbiamo avuto il coraggio di portare questo argomento all’attenzione del Consiglio a febbraio. Avreste potuto emendare la nostra mozione per poi votarla tutti insieme. La vostra mancata collaborazione è criticabile perché per voi la collaborazione è evidentemente a senso unico”. Secondo Carletti, l’obiettivo era semplicemente “mappare questi luoghi non in un’ottica sanzionatoria bensì preventiva”, verificando che tutte le associazioni culturali e religiose operino nel rispetto delle norme. La replica della maggioranza è arrivata con Linda Oliviero (Pd), che ha respinto l’accusa di voler rincorrere l’opposizione. “La maggioranza non ha ansia da prestazione ma ansia da precisione, anche lessicale”, ha affermato, sostenendo che il nodo non fosse il tema della sicurezza, “comune e condiviso anche dalla sinistra”, bensì il modo di affrontarlo. “Cerchiamo un punto di caduta su cui lavorare insieme per la sicurezza in città, che deve andare a braccetto con la legalità. Nessuno vuole fare sconti, ma essere collaborativo con forze dell’ordine, minoranze e comunità straniere”. Ed è stato proprio il linguaggio utilizzato nelle due mozioni a diventare il vero terreno di scontro. L’assessore alla Sicurezza Paola Poletti ha spiegato che, pur condividendo l’obiettivo di garantire il rispetto delle norme in materia di sicurezza e igiene, la proposta di Fratelli d’Italia “individua come destinatari le sole associazioni islamiche, applicando un principio selettivo che configura una discriminazione diretta basata sul fattore religioso”. Poletti ha ricordato che il monitoraggio è già in corso attraverso controlli congiunti con le forze dell’ordine e ha ribadito che “le regole valgono per tutti senza distinzioni di etnia e religione”, rivendicando anche il ruolo della Consulta per l’integrazione come strumento di dialogo con le comunità straniere. Una lettura respinta con decisione dal centrodestra. “Noi non abbiamo operato alcuna discriminazione”, ha replicato Tommaso Casolari (FdI). «Nella mozione non c’è scritto Islam. Chiediamo un piano di monitoraggio sugli immobili utilizzati da associazioni che si ispirano a confessioni religiose che non hanno un’intesa con lo Stato italiano. Noi parliamo di immobili, non di persone”. Per Casolari, la presentazione della seconda mozione dimostra che “la maggioranza è stata costretta a correre ai ripari” su un tema che, a suo dire, finora aveva lasciato all’opposizione. Da quel momento il confronto si è progressivamente allontanato dall’aspetto urbanistico e amministrativo per approdare al più ampio terreno dell’immigrazione e dell’integrazione. Giorgio Verrini (Carpi a Colori) ha invitato a non trasformare la discussione in uno scontro tra schieramenti. “E dire che eravamo partiti col piede giusto, con una comunità di intenti… Come dice Gratteri, educazione, controllo e sanzioni non hanno destra o sinistra”, ha osservato, sostenendo come “il termine integrazione sia abusato, brutto, perchè quasi coercitivo: uno si deve integrare e perdere certe abitudini. Non è così: chi arriva qua deve capire cosa siano l’auto determinazione, la democrazia e la libertà. Tre concetti che in una certa parte di mondo non esistono. Il fenomeno migratorio deve poi essere affrontato come una realtà strutturale e non emergenziale”. Di segno opposto l’intervento di Enrico Fieni (FdI), secondo cui “integrazione non è una brutta parola” e proprio su questo fronte esistono ancora criticità evidenti. “Dovevate solo portare correzioni e implementazioni: la mozione c’era già. La vostra è un copia e incolla. I consiglieri regionali Ferdinando Pulitanò e Annalisa Arletti hanno chiesto di creare una Commissione d’inchiesta su moschee abusive e radicalizzazione. La Commissione avrà il compito di effettuare una ricognizione approfondita della presenza di moschee, centri di preghiera e centri culturali non autorizzati, verificando al contempo l’efficacia dei controlli urbanistici, fiscali e di pubblica sicurezza finora svolti dagli enti competenti. Il tema c’è. Non nascondiamoci e non giriamoci dall’altra parte”, ha attaccato, sostenendo che il tema non possa essere eluso. Lorella Rossetti (Pd) ha invece invitato l’opposizione a “non alimentare le paure” in un momento storico già complesso. “Quando si confonde il tema della legalità con quello dell’appartenenza religiosa si rischia di creare divisioni”, ha ammonito per poi ricordare come “il velo sul capo delle donne e i matrimoni combinati fossero una realtà anche nell’Italia degli Anni Quaranta. Ogni cultura ha il suo tempo. Parliamo sempre di questi aspetti senza tenere in considerazione come anche nella nostra cultura cristiana esiste un fenomeno come quello del femminicidio”.  Non sono mancati toni più accesi. Claudio Cortesi (FdI) ha parlato di un vero e proprio “festival dell’ipocrisia”, accusando la maggioranza di aver riproposto la stessa impostazione della mozione dell’opposizione aggiungendo soltanto riferimenti alla mediazione culturale e all’integrazione. Federica Boccaletti (FdI) ha contestato innanzitutto le osservazioni dell’assessore Poletti, che aveva definito superflua la mozione dell’opposizione perché i controlli sarebbero già in corso. “Se questa è la vostra obiezione – ha osservato – mi chiedo perché non venga rivolta anche alla mozione della maggioranza, che chiede sostanzialmente le stesse cose”. Per la consigliera il vero nodo è l’approccio con cui il centrosinistra affronta questi temi. “È pericoloso sostenere che chiedere più monitoraggio e il rispetto delle regole significhi alimentare la paura. La paura nasce quando le regole non vengono rispettate e quando chi arriva nel nostro Paese sceglie di vivere al di fuori della legalità. Senza il rispetto delle nostre regole non può esserci integrazione”. Boccaletti ha poi criticato alcuni interventi che, a suo giudizio, hanno spostato il dibattito fuori tema, richiamando però il caso di Saman Abbas come esempio di un’integrazione mancata. “Voler vivere all’occidentale non dovrebbe essere una colpa, ma qualcosa di naturale. Noi abbiamo dei doveri, ma anche chi arriva qui ne ha. Altrimenti continueremo a trovarci di fronte a situazioni spiacevoli”. Infine l’affondo politico alla maggioranza: “ogni volta che proponiamo un monitoraggio ci fate passare per quelli contro gli stranieri, mentre voi rappresentereste il dialogo e l’integrazione. Siete voi a impostare male il confronto e riuscite sempre a rigirare la frittata, strumentalizzando tutto, in questo siete imbattibili”. Dal canto suo Paola Borsari (Pd) ha indicato nella scuola uno degli strumenti fondamentali per affrontare il tema dell’integrazione: “quando bambini e ragazzi arrivano nel sistema scolastico italiano, disponiamo di pochissimi strumenti per accompagnarli in un percorso di reale inclusione. Eppure è proprio questo il luogo più sensibile e, probabilmente, il più efficace per costruire integrazione. Non basta inserire questi ragazzi in una classe: bisogna metterli nelle condizioni di seguire le lezioni, imparare la lingua, comprendere il funzionamento della nostra società e diventare cittadini a pieno titolo. Questo significa anche confrontarsi con un sistema di regole e di valori che per noi sono imprescindibili, come il rispetto tra le persone e la piena uguaglianza tra ragazzi e ragazze. Oggi, però, chi opera nella scuola è costretto a farlo quasi a mani nude. Mancano insegnanti, mancano classi adeguate, mancano percorsi di alfabetizzazione linguistica e risorse strutturali. Così molti ragazzi accumulano frustrazione, sperimentano il fallimento, non riescono a imparare e, inevitabilmente, finiscono per essere esclusi dal percorso scolastico e, con esso, dalle opportunità di integrazione. Il Ministero dell’Istruzione deve mettere mano a questa situazione in tempi rapidi, stanziando risorse adeguate e fornendo alle scuole gli strumenti necessari”.

Il voto finale (la mozione presentata da Fratelli d’Italia, è stata respinta con l’astensione di Michele De Rosa e Giorgio Verrini mentre la seconda, firmata dalla maggioranza, è stata approvata con la sola astensione di De Rosa) ha  fotografato un copione già visto: obiettivi non così distanti, ma visioni politiche inconciliabili. Più che cercare un punto di incontro, maggioranza e opposizione hanno scelto di riaffermare le rispettive identità, lasciando che fossero ancora una volta gli steccati ideologici a prevalere sulla costruzione di una posizione comune.

Jessica Bianchi