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Lupi in pianura: marziani o antichi abitanti?

Marco Galaverni, responsabile Specie e Habitat di WWF Italia, ha accompagnato il pubblico sulle orme dei lupi che passo dopo passo hanno riconquistato spontaneamente le montagne e le colline del nostro Paese, arrivando talvolta, in maniera inosservata (ma non sorprendente, se li si conosce bene), anche nei pressi delle città, compresa la nostra.

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Lupi in Pianura, marziani problematici o antichi abitanti? E’ questo il titolo dell’incontro organizzato dall’associazione PandaCarpi presso il centro visite dell’Oasi La Francesa di Fossoli, lo scorso 10 maggio. A intrattenere i presenti che hanno sfidato il maltempo è stato Marco Galaverni: dottore di ricerca in Biodiversità ed Evoluzione presso l’Università di Bologna, per oltre dieci anni si è occupato di studio e ricerca sul lupo in Italia e nel mondo, già collaboratore di ricerca in ISPRA è ora il responsabile Specie e Habitat di WWF Italia nonché direttore scientifico. Galaverni ha accompagnato il pubblico sulle orme dei lupi che passo dopo passo hanno riconquistato spontaneamente le montagne e le colline del nostro Paese, arrivando talvolta, in maniera inosservata (ma non sorprendente, se li si conosce bene), anche nei pressi delle città, compresa la nostra.

Una fototrappola nell’Oasi La Francesa a Fossoli ritrae un movimento inatteso. Guardando e riguardando il video, i volontari non hanno dubbi: è un lupo. Dopo secoli di assenza, il ritorno del lupo in questo lembo di Pianura Padana può sorprendere, ma ripercorrendo a ritroso le tracce che l’hanno portato fino lì, scopriamo che la sua presenza non è casuale. No, non è stato qualche ambientalista squinternato ad averlo lanciato con il paracadute: è il ritorno naturale di una figura chiave per gli equilibri ecologici dell’intera Pianura.

A metà degli Anni ‘70, il lupo in Italia era prossimo all’estinzione, con poco più di un centinaio di individui sopravvissuti a secoli di persecuzione portata avanti con ogni mezzo, dalle tagliole ai veleni alle armi da fuoco. Situazione simile a quella delle sue principali prede, come cinghiali, cervi e caprioli italici. Ma a partire da quei pochi superstiti, grazie all’espansione delle foreste (favorita dall’abbandono di agricoltura e pastorizia in zone montane e collinari), l’incremento delle prede naturali e la prima tutela legale, sulla scia di iniziative di sensibilizzazione come la famosa campagna San Francesco lanciata da WWF, passo dopo passo il lupo si riespanse lungo in crinale appenninico, fino a quello alpino, e poi via via verso quote più basse, seguendo le proprie prede. In particolare i giovani esemplari, che raggiunta la “maggiore età” (per i lupi, tra uno e due anni) lasciano il branco di origine (di fatto, il nucleo familiare, composta dai genitori, dai cuccioli dell’anno e da qualche fratello più grande, a volte con qualche zio adottivo che aiuta ad accudire la prole) per cercare nuovi territori e cercare un partner, percorrendo anche decine o centinaia di chilometri in pochi mesi. Come testimoniato dal lupo Ligabue, recuperato agli inizi degli anni ‘2000 sulla tangenziale di Parma, o il lupo Slavch, primo lupo balcanico che dal 2017 insieme alla lupa italica Giulietta è divenuto capostipite del ritorno del lupo nelle Alpi tra Veneto e Trentino. Mentre nel pieno della Pianura Padana il lupo è tornato in maniera stabile negli ultimi anni, seguendo il corridoio verde rappresentato dai fiumi e trovando nuove prede ideali, come le nutrie.

Ma questo ritorno, che in 50 anni ha portato i lupi da poche centinaia a oltre 4.000 (lo stesso numero di abitanti di Fossoli), ha presentato rischi sempre più seri, dagli investimenti stradali al bracconaggio, fino alla minaccia degli incroci con cani non custoditi, che vanno ad inquinare via via gli adattamenti genetici del lupo selvatico. E accanto ai problemi per il lupo, questo ritorno ha generato anche antiche e nuove sfide per la coesistenza con le attività umane. Se le predazioni al bestiame domestico rappresentano una sfida da quasi 10.000 anni, e possono essere gestite con opportune (ma mai banali) misure di prevenzione dei danni, l’espansione degli insediamenti e delle infrastrutture umane ha creato un’interfaccia sempre più complessa tra il mondo naturale e quello artificiale, e con essa antichi timori di possibile pericolo per la nostra incolumità, a cui sono seguite battaglie per abbassare il livello di tutela della specie, considerata da molti ormai troppo abbondante. Ma in natura il “troppo” non esiste quasi mai, perché la lotta atavica tra predatori e prede crea da sola un dinamico equilibrio.

Mentre è fondamentale lavorare sulla consapevolezza delle persone su come comportarsi in presenza del predatore. Se un lupo che ci osserva da lontano e si allontana non rappresenta alcun rischio, lasciare cibo disponibile vicino alle case o alle stalle può rappresentare una formidabile fonte di attrazione, preludio a comportamenti problematici verso i nostri animali di affezione, che possono essere visti come prede occasionali, o verso l’uomo stesso, visto non più come atavica minaccia ma come elemento di interesse.

Tutti elementi che possono essere gestiti con semplici, opportuni accorgimenti, come tenere sempre al guinzaglio i nostri amici a quattro zampe e gestire al meglio i nostri scarti alimentari. Viceversa, invocare interventi letali rischia di non risolvere il problema, perché in presenza di prede e habitat idoneo dove è arrivato un lupo ne arriveranno presto altri, ma addirittura di acuirlo, perché una squadra di lupi che ha perso un membro sarà meno efficiente nella caccia alle prede selvatiche e si rivolgerà più probabilmente verso fonti domestiche. Per questo è necessario ascoltare i consigli degli esperti e rimboccarsi le maniche per creare, ciascuno nel proprio ambiente, le basi di una convivenza possibile. Perché i destini di uomini e lupi sono indissolubilmente legati da quasi 40.000 anni, dato che il cane che vi guarda con dolcezza ai piedi del divano, domesticato dai nostri avi, è ancora un lupo al 99.9%.

All’Oasi de La Francesa, intanto, il lupo annusa il sottobosco umido, e si inoltra nel folto per trascorrere le ore del giorno lontano da occhi indiscreti. Non marziani giunti chissà dove, ma antichi abitanti tornati ad abitare le nostre terre.