Home Carpi Cronicità e fragilità, la sfida è curare a casa

Cronicità e fragilità, la sfida è curare a casa

“Quando la rete territoriale funziona, produce effetti importanti sull’intero sistema di cura, contribuendo a prevenire accessi impropri e a evitare che situazioni gestibili sul territorio arrivino a diventare emergenze ospedaliere. Per le persone con patologie croniche e condizioni assistenziali che non consentono di raggiungere altri luoghi di cura, il domicilio è il luogo di elezione dell’assistenza. L’ospedale deve poter concentrare le proprie risorse sulla gestione delle situazioni acute, mentre la cronicità e la fragilità richiedono continuità, prossimità e capacità di accompagnamento nel tempo. È questa la sfida: non semplicemente spostare le cure dall’ospedale alla casa, ma costruire una cultura della cura di prossimità” spiega Irma Monia Spattini, coordinatrice del Servizio di Assistenza Domiciliare Integrata di Carpi.

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Davanti a una popolazione che invecchia, a una cronicità sempre più diffusa e a bisogni assistenziali destinati a crescere, la vera sfida non è semplicemente aumentare il numero degli accessi domiciliari. È costruire una rete capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, mettendo in relazione servizi sanitari e sociali, sostenendo i caregiver e accompagnando le persone nel tempo. A Carpi e nelle Terre d’Argine questa rete passa anche attraverso il Servizio di Assistenza Domiciliare Infermieristica e Integrata dell’Ausl. Ma cosa significa concretamente prendersi cura di una persona a casa? E come dovrà cambiare l’assistenza domiciliare per rispondere alle trasformazioni della popolazione? Ne abbiamo parlato con Irma Monia Spattini, coordinatrice del Servizio di Assistenza Domiciliare Integrata di Carpi.

Come si sostanzia sul nostro territorio l’assistenza domiciliare infermieristica? Quali le prestazioni? Quale la cadenza con cui vengono effettuate?

“Quando parliamo di assistenza domiciliare, preferiamo non parlare semplicemente di “prestazioni”. Parliamo di presa in carico della persona e della sua famiglia, di un’assistenza a 360 gradi costruita intorno ai bisogni clinici, assistenziali, relazionali e sociali della persona. L’assistenza sanitaria domiciliare si intreccia con il lavoro del medico di medicina generale, degli specialisti e delle altre figure professionali, in una logica di équipe. I servizi sono integrati con il sistema sociale, come i progetti con l’intervento degli OSS. Le attività possono comprendere, a seconda dei bisogni, la gestione e medicazione delle ferite, la somministrazione e gestione delle terapie, il monitoraggio delle condizioni cliniche, la gestione di cateteri e stomie, il supporto alla nutrizione, l’assistenza nelle situazioni di fragilità e cronicità, le cure palliative e tutte quelle attività necessarie a garantire continuità e appropriatezza della cura a domicilio. La frequenza degli accessi viene definita dal professionista che prende in carico la persona, sulla base della valutazione dei bisogni e dell’evoluzione della situazione clinico-assistenziale. La pianificazione viene quindi condivisa con l’assistito, con la famiglia e l’equipe. Un aspetto per noi fondamentale è che l’assistenza domiciliare non si sostituisce alla famiglia. Il professionista entra nella casa della persona per supportare, educare, addestrare e affiancare. Il caregiver e la famiglia diventano parte integrante del percorso di cura: vengono messi nelle condizioni di acquisire competenze e sicurezza nel prendersi cura della persona e, quando possibile, anche di sé stessi. In caso di necessità, il servizio dispone di un riferimento telefonico attivo 7 giorni su 7, 12 ore al giorno. Negli orari in cui non è presente un professionista per la risposta diretta è disponibile una segreteria telefonica, attraverso la quale è possibile lasciare un messaggio. Il servizio è inoltre raggiungibile via e-mail all’indirizzo: domiciliare.carpi@ausl.mo.it. Dal 30 giugno il servizio ha inoltre una nuova sede in piazzale Donatore di Sangue 5, a Carpi”.

A chi è affidato il servizio? È tutto in carico all’Ausl o vi sono collaborazioni esterne?

“La componente sanitaria dell’assistenza domiciliare è affidata al SADI – Servizio di Assistenza Domiciliare Infermieristica e Integrata ed è interamente gestita dall’Ausl. All’interno della rete assistenziale sono presenti anche servizi e fornitori esterni, coordinati e gestiti nell’ambito dei percorsi dell’Azienda sanitaria, ad esempio per l’ossigenoterapia, la nutrizione enterale e alcuni progetti assistenziali con OSS”.

Quanti professionisti sono impegnati nel servizio?

“Il servizio può contare su 23 infermieri (tra SADI e cure palliative), un coordinatore, 2 OSS, un medico nutrizionista, uno psicologo dedicato all’area pediatrica. La rete delle cure palliative comprende un medico palliativista e uno psicologo dedicato all’adulto. Il servizio lavora in stretta integrazione con i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta. Altri specialisti possono essere coinvolti, quando necessario, per visite, consulenze o trattamenti specifici, in relazione ai bisogni della persona”.

Quante sono le persone assistite?

“Dal 1° gennaio al 24 settembre 2026 sono state prese in carico 1.919 persone (1.264 a Carpi, 196 a Novi, 144 a Campogalliano, 298 a Soliera e 17 fuori dall’Unione terre d’Argine), per un totale di 15.682 accessi domiciliari. Gli assistiti risiedono nei quattro Comuni delle Terre d’Argine. Il dato relativo alle fasce di età consente inoltre di leggere un fenomeno importante: l’assistenza domiciliare non riguarda esclusivamente la popolazione anziana, ma risponde a bisogni differenti lungo tutto l’arco della vita, quando le condizioni cliniche e assistenziali rendono necessario portare la cura a casa”.

Il servizio riesce a rispondere a tutte le richieste?

“Per la componente sanitaria e infermieristica non ci sono liste d’attesa. Le richieste vengono prese in carico entro 48 ore, mantenendo questo standard anche nell’evoluzione del servizio”.

Come si è evoluta nel tempo l’assistenza domiciliare?

“L’assistenza domiciliare rappresenta un Livello Essenziale di Assistenza (LEA) ed è rivolta alle persone che, per condizioni cliniche o assistenziali, non sono in grado di raggiungere autonomamente i luoghi di cura. Nel tempo è cambiato anche il modo di interpretare il concetto di prossimità. Essere vicini alle persone non significa necessariamente portare sempre il servizio a casa: significa anche aiutare la comunità a comprendere quali siano, di volta in volta, i luoghi e i percorsi di cura più appropriati. Quando una persona è trasportabile e può accedere ai servizi territoriali, è importante favorire l’utilizzo della rete presente sul territorio. L’assistenza domiciliare deve invece essere garantita quando le condizioni della persona rendono concretamente impossibile o non appropriato raggiungere i servizi. Parallelamente, il personale continua a investire nella formazione integrata, sia per mantenere elevate le competenze tecniche, sia per rafforzare quelle relazionali e comunicative. Sono stati inoltre implementati nuovi percorsi di collaborazione e facilitazione con gli specialisti del territorio. Il team dell’assistenza domiciliare lavora oggi in stretta integrazione anche con l’infermieristica di comunità, in una logica di rete sempre più strutturata”.

Come si può rafforzare l’assistenza domiciliare di fronte all’invecchiamento della popolazione e alla crescente cronicizzazione?

“La risposta non può essere soltanto quella di aumentare gli accessi domiciliari. Occorre ottimizzare i percorsi, rafforzare le competenze della comunità e riconoscere pienamente il ruolo del caregiver. Significa adeguare progressivamente il numero dei professionisti ai bisogni della popolazione, ma anche lavorare per intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, attraverso una collaborazione sempre più stretta tra servizi sanitari, medici di medicina generale, rete sociale, enti locali e Terzo settore. Il futuro dell’assistenza domiciliare passa dalla capacità di costruire una vera rete di prossimità, nella quale le risorse istituzionali e quelle della comunità sappiano integrarsi. Perché prendersi cura a casa non significa semplicemente portare una prestazione dentro un’abitazione. Significa entrare in una storia, in una famiglia, in un equilibrio di vita, e farlo con rispetto, competenza e capacità di lasciare alla persona e a chi le sta accanto gli strumenti per continuare a prendersi cura. L’assistenza domiciliare è spesso silenziosa, non è in vetrina. Eppure, quando la rete territoriale funziona, produce effetti importanti anche sull’intero sistema di cura, contribuendo a prevenire accessi impropri e a evitare che situazioni gestibili sul territorio arrivino a diventare emergenze ospedaliere. Per le persone con patologie croniche e condizioni assistenziali che non consentono di raggiungere altri luoghi di cura, il domicilio è il luogo di elezione dell’assistenza. L’ospedale deve poter concentrare le proprie risorse sulla gestione delle situazioni acute, mentre la cronicità e la fragilità richiedono continuità, prossimità e capacità di accompagnamento nel tempo. È questa la sfida: non semplicemente spostare le cure dall’ospedale alla casa, ma costruire una cultura della cura di prossimità. Il domicilio è il luogo in cui le persone devono potersi sentire accolte, accudite ed educate alla cura. Il professionista, in quella casa, è un ospite: porta competenze, sostiene, affianca, educa e costruisce insieme alla persona e alla famiglia un percorso di cura.

L’assistenza domiciliare non si sostituisce alla famiglia: la rende parte del percorso, valorizzandone le competenze e sostenendola nelle difficoltà. La persona, il caregiver e i professionisti diventano così parte di una relazione di cura nella quale ciascuno porta il proprio sapere, la propria esperienza e la propria responsabilità. E forse, per capire davvero il valore di questo lavoro, basterebbe chiedere a una delle persone che assistiamo, o a una delle loro famiglie, che cosa significhi per loro la nostra presenza. Basterebbe osservare gli sguardi che ci rivolgono e ascoltare le parole che ci dedicano. Sono spesso quei gesti, quegli sguardi e quelle parole il più grande riconoscimento del nostro lavoro. È lì che troviamo il senso più autentico di ciò che facciamo: nella relazione, nella fiducia e nella possibilità di rendere la cura parte della vita quotidiana, senza sostituirsi alle persone, ma restituendo loro competenze, autonomia e dignità. Grazie a chi ci permette di raccontarlo e di renderlo visibile. Perché dare visibilità alla cura significa dare valore alle persone, alle famiglie e ai professionisti che ogni giorno costruiscono salute e benessere proprio lì dove le persone vivono: a casa loro”.

Jessica Bianchi