I sensi del cinema

E così anche Modena ha il suo Film festival, esploso come un fulmine in questa primavera che sembra non decidersi a essere tale. Il progetto ha una sua genesi che risale più o meno a un paio di anni fa, quando un gruppetto di “volenterosi” si è presentato in Comune chiedendo di poter usare il nome della città e auspicando un eventuale supporto. Se in questi cinque giorni abbiamo potuto assistere a una rassegna prestigiosa, originale, di ottima qualità, significa che quella richiesta è andata a buon fine. La parola a Ivan Andreoli.

0
197

E così anche Modena ha il suo Film festival, esploso come un fulmine in questa primavera che sembra non decidersi a essere tale. Il progetto ha una sua genesi che risale più o meno a un paio di anni fa, quando un gruppetto di “volenterosi” si è presentato in Comune chiedendo di poter usare il nome della città e auspicando un eventuale supporto. Se in questi cinque giorni abbiamo potuto assistere a una rassegna prestigiosa, originale, di ottima qualità, significa che quella richiesta è andata a buon fine. L’estate scorsa ai Giardini Pubblici (ex ducali) alcune proiezioni sono servite un po’ da rodaggio avendo ricevuto un felice riscontro. Così il salto nel Festival ha potuto realizzarsi con il contributo e il sostegno di molte realtà locali. Un breve scambio di parole col direttore artistico Gabriele Malagoli ci ha introdotto alla manifestazione vera e propria. Innanzitutto la scelta di una selezioni di titoli inediti nel nostro Paese, poi la novità tematica: il filo conduttore doveva essere il legame con la sensorialità. In pratica si trattava di legare i film ai cinque sensi. E l’azzardo è riuscito. Vista, udito, gusto, olfatto e tatto hanno condotto gli spettatori ad esperienze inaspettate, dove la curiosità guidava non solo la scoperta di una trama, di un racconto, ma portava alla sorpresa di scoprire un parallelismo insospettato. Come tutti i festival i film erano suddivisi tra quelli in concorso (sette), i fuori concorso e gli eventi speciali. La caratteristica comune rimaneva la sensorialità più o meno manifesta.

L’anteprima è stata ospitata nella sede dell’Acetaia Giusti, con tanto di visita museale e graditissima degustazione. La proiezione, tra filari di botti, respirando intense aromatiche armonie, consisteva nella visione di alcune storiche riprese, alla maniera dei Lumiere di vedute italiche, dalla Sicilia al Veneto e al Piemonte. Un percorso visivo che si è soffermato sul terremoto di Messina di inizio secolo (scorso) e sulla pista “pensile” delle prime Fiat sul tetto del Lingotto, con un passaggio nel colore davvero interessante. Poi il Cinema Astra e la Sala Truffaut si sono popolate di occhi affamati di immagini e altri organi sensoriali in cerca di “nuove sensazioni” di un novello canto libero davvero entusiasmante.

Presentazione del film Le Lac – Sala Truffat – Da sinistra Andrea Chimento e il regista Fabrice Aragno

URCHIN di Harris Dickinson (Regno Unito 2025) ha aperto la sezione competitiva. Già presentato a Cannes, racconta di un giovane che uscito di prigione, decide di mettere la testa a posto, ma è una lotta dura. La quotidianità da affrontare è lontana dal suo desiderio. Notevole l’interpretazione di Frank Dillane e altrettanto intensa e precisa la regia di Harris Dickinson qui alla sua opera prima dopo diverse interpretazioi come attore.

LE LAC di Fabrice Aragno (Svizzera 2025) non racconta, mostra una stupenda serie di immagini e sequenze che vanno a comporre una storia in cui il legame di una coppia sta per esaurirsi. Ritmi scanditi dagli eventi atmosferici che imperversano sul lago di Ginevra. Una regata che non è solo una sfida alle onde, al vento e alla bonaccia che sgonfia la vela, ma anche il desiderio e la volontà di affermazione personale. Aragno costruisce il suo film memore della lunga collaborazione con Godard, ma perfettamente autonomo nell’originalità del soggetto scelto e nel suo sviluppo drammaturgico.

LO SPIRITO DELLE STAGIONI di Alessandro Cattaneo (2026), orgogliosamente presentato a Modena in anteprima mondiale, è un documentario molto interessante, girato in diverse regioni italiane nel corso delle quattro stagioni. Quindi occasione per enumerare situazioni ambientali e climatiche molto diverse tra loro, ma legate dallo scorrere del tempo, dalla semplice quotidianità delle persone. Siamo dalle parti del cinema del reale frequentato anche da Franco Piavoli o Michelangelo Frammartino ed è semplicemente piacevole seguire e sentire lo scorrere delle immagini che poeticamente toccano sensibilità interiori che affiorano in superficie.

LOVE LETTERS (Des preuves d’amour) di Alice Douard (Francia, 2025) affronta un tema molto attuale e per molti ancora controverso: quello della genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso. Seguiamo infatti Celine che sta aspettando la nascita di una bambina dalla sua compagna Nadia. Un’attesa problematica, resa tale dal pregiudizio sociale, annidato anche in alcuni legami parentali e amicali. Complicazioni che mettono in luce interpretazioni sofferte in una storia tutta al femminile.     

YES di Nadav Lapid (Israele, 2025) è forse il titolo più attuale, complicato e complesso della rassegna, essendo ambientato in Israele dopo il tragico 7 Ottobre e la successiva gigantesca, sbagliata e inumana reazione della sedicente “unica democrazia del Medio Oriente”, che si è spogliata di ogni umanità scoprendo una volontà genocidaria, mai così palese agli occhi del mondo. Attraverso la vicenda di una coppia formata da un musicista e la moglie, personaggi un po’ eccentrici che bazzicano le feste della Tel Aviv benestante, il regista sfoga la sua rabbia e l’opposizione alla sconsiderata condotta del suo paese. (Cine)-camera con vista su Gaza che incombe sullo sfondo.

SIMON DELLA MONTAGNA di Federico Luis (Argentina, Cile, Uruguay, 2024) si interroga su un giovane ventunenne che simula atteggiamenti da disabile e palesa comportamenti da ritardato mentale. Poi la finzione si scopre dentro e fuori lo schermo. Una parabola tardo adolescenziale, un racconto di crescita piuttosto intrigante e ben illustrato, che ha conquistato la giuria della Semaine de la critique di Cannes 2024.

RESURRECTION di Bi Gan (Cina, Francia 2025) mette in scena un mondo distopico in cui alcuni esseri umani cosiddetti fantasticatori riescono a continuare a sognare, viaggiare nel tempo, pur esaurendo la loro vitalità nel farlo. Interessante il parallelismo suggerito con la capacità del cinema di proporre sempre nuove immagini, ripercorrendo pagine di storia cinematografica dalla sua origine ormai “secolare”. Si respira un’aria vagamente romantica, atipica nel contesto mostrato, dove la resurrezione del titolo evoca il ritorno alla vita dopo la pandemia subita pochi anni fa, quando il film è stato progettato.

La Giuria, composta dalla sceneggiatrice Elisa Dondi, dal regista Marco Righi e dal fumettista Marino Neri ha premiato come miglior film Simon delle montagna del regista argentino Federico Luis e ha riservato una menzione speciale all’italiano Lo spirito delle stagioni di Alessandro Cattaneo.

A fine rassegna mi resta un interrogativo: la pelle d’oca provata davanti ad alcune immagini da quale senso è originata: tatto, vista, olfatto? Ma il compito del cinema è porre questioni, non dare una risposta che da sempre, is blowing in the wind

Ivan Andreoli