C’è un momento in cui stress e stanchezza possono trasformarsi in qualcosa di ben più profondo. Quando alzarsi al mattino diventa faticoso, quando la motivazione si spegne e persino le passioni di una vita paiono perdere colore e significato… E’ in questo spazio sottile che può insinuarsi il burnout, una condizione sempre più diffusa ma di cui poco si parla. Ma come si riconoscono i segnali prima che sia troppo tardi? A spiegare il fenomeno, le sue cause e le strategie per ritrovare equilibrio e benessere è la psichiatra carpigiana Ilaria Rubini.
Dottoressa ome definirebbe con parole semplici il burnout?
“Il burnout è uno stato di esaurimento profondo, non solo dal punto di vista fisico ma anche e soprattutto emotivo, causato da una condizione di stress cronica, in particolare sul lavoro. Non si presenta come una semplice stanchezza bensì come un senso di svuotamento, incapaci di trovare motivazione, interesse o senso al proprio operato, che porta quindi a un distacco emotivo importante”.
Cosa lo differenzia dallo stress?
“Lo stress è una risposta adattiva acuta a una condizione che si suppone essere temporanea, ad esempio un mese intenso dovuto a scadenze ravvicinate. Il burnout invece è il risultato di una condizione che si protrae nel tempo: a un certo punto lo stress, che in un certo senso può essere anche motivante, cronicizza e le risorse personali si esauriscono. A quel punto subentra un senso di impotenza, distacco e inefficacia, che non è semplicemente una fatica momentanea ma uno stato di frustrazione profonda e logorante. In breve, se lo stress è Troppo da fare, il burnout è Non ce la faccio più”.
Quali sono le cause più comuni che possono portare al burnout?
“Le cause sono spesso una combinazione di più fattori che vanno da carichi di lavoro spropositati e prolungati nel tempo a un eccessivo controllo e mancanza di autonomia, con scarso riconoscimento e soddisfazione. Ma può essere esacerbato anche da conflitti nei rapporti di lavoro o, ad esempio, dallo squilibrio tra vita professionale e personale, che porta il soggetto a rinunciare a quelli che sono i propri spazi e a non avere momenti rigeneranti. Non si tratta solo di lavorare tanto, bensì di lavorare senza sufficienti risorse, supporto o senso di appagamento”.
Quali le categorie più a rischio?
“Tradizionalmente, le professioni più esposte al burnout sono quelle che si occupano della cura altrui, quindi in primo luogo i sanitari, ma anche insegnanti, educatori o assistenti sociali. Tuttavia, ad oggi, il burnout riguarda anche manager, freelance e chiunque operi in contesti ad alta pressione o instabilità”.
Chi per lavoro è sempre connesso è maggiormente a rischio?
“Assolutamente sì: l’assenza di confini tra lavoro e vita privata impedisce un recupero mentale completo. Anche quando non si è presenti fisicamente, sapere di essere sempre reperibili ci tiene in un costante stato di attivazione, che se protratto nel tempo favorisce l’esaurimento”.
Quali sono i segnali a cui occorre prestare attenzione?
“I segnali più comuni sono stanchezza persistente anche dopo il riposo, sintomi fisici come mal di testa, insonnia o tensione muscolare, irritabilità o distacco emotivo, difficoltà a mantenere la concentrazione – il che a sua volta può peggiorare lo stato di frustrazione – calo di motivazione e senso di inefficacia/inadeguatezza. Generalmente sono segnali progressivi, quindi non è detto si presentino tutti e tutti insieme, e tendono a peggiorare nel tempo, anche dopo il weekend o altri momenti che dovrebbero essere rigeneranti”.
Come capire se si è solo stanchi o davvero in burnout?
“La stanchezza migliora con il riposo, banalmente si inizia a essere molto stanchi a fine settimana, mentre il burnout no: anche dopo una pausa o un weekend, la sensazione di svuotamento persiste. Inoltre il burnout è caratterizzato spesso da distacco emotivo e perdita di interesse o significato rispetto a ciò che si fa, mentre questo nella semplice stanchezza non accade. Quando si è stanchi, anzi, spesso è proprio la motivazione che ci permette di portare a termine un compito, o l’attesa di una soddisfazione imminente, mentre quando si parla di burnout questa spinta viene a mancare”.
Le aziende stanno facendo abbastanza per prevenire tale fenomeno?
“Diciamo che negli ultimi anni c’è più attenzione, ma spesso le azioni che mettono in campo le aziende sono ancora molto superficiali. Il burnout non si risolve con iniziative isolate, come corsi di mindfulness, se non si interviene anche sull’organizzazione del lavoro sul lungo periodo, sulla distribuzione dei carichi e sulla cultura aziendale”.
Il burnout riguarda solo il lavoro o anche la vita personale?
“Generalmente il burnout nasce in ambito lavorativo, ma ha effetti che si estendono alla vita personale, influenzando negativamente relazioni, sonno, salute e benessere generale. In alcuni casi, però, anche situazioni personali particolarmente stressanti possono contribuire a renderci più vulnerabili al fenomeno. Basti pensare a chi si trova nelle condizioni di dover essere caregiver di qualcuno e dividere le proprie risorse mentali ed emotive tra questo impegno e il proprio lavoro”.
Perché spesso ci accorgiamo troppo tardi del burnout?
“Perché è un processo graduale. Non ci svegliamo un giorno e ci ritroviamo non in grado di rispondere alle richieste; all’inizio si tratta di una sensazione di sovraccarico, e si tende a normalizzare i segnali oppure a ignorarli per senso di responsabilità o timore di dover recuperare in futuro e trovarsi ancor più sopraffatti. Inoltre, viviamo in una società che ci ha abituati a valorizzare la resistenza e la produttività, anche a costo del nostro benessere. Chi si trova nelle posizioni più alte, spinto magari anche da un maggior riconoscimento sia in termini di soddisfazione professionale che economica, tende a presentare il sacrificio in ambito lavorativo come un atto di cui andare orgogliosi e a catalogare come pigro chi prova a tracciare dei confini. Tutti sappiamo quanto questo sia scorretto ma è un fenomeno talmente tanto diffuso e normalizzato che lo abbiamo interiorizzato, mettendoci noi stessi in discussione e provando colpa quando riconosciamo di aver bisogno di un aiuto”.
Si può uscirne?
“Sì, il burnout è reversibile, ma richiede tempo e cambiamenti concreti. Non basta prendersi un periodo di riposo, è fondamentale rivedere ritmi, aspettative e, in alcuni casi, rivalutare anche il contesto lavorativo stesso”.
Quanto tempo occorre generalmente per recuperare?
“Dipende dalla gravità e dalle condizioni individuali, può richiedere settimane come mesi. È necessario rispettare i propri tempi accettando il fatto che il recupero è graduale e non può limitarsi al riposo: è fondamentale riorganizzare il lavoro, adattandolo alle risorse personali del soggetto e al contesto della propria vita privata”.
Se dovesse dare un solo consiglio a chi si sente esausto, quale sarebbe?
“Probabilmente quello di prendere sul serio i segnali. Non è semplice, come abbiamo detto è un processo graduale e il rischio è quello di non riconoscerli subito. Tuttavia, se la sensazione di esaurimento e/o frustrazione non si limita a un periodo, è importante non aspettare di crollare prima di fermarsi. Il primo passo è riconoscere il proprio limite e chiedere supporto: è un atto di consapevolezza e cura verso sé stessi, non di debolezza”.
Jessica Bianchi