Home Carpi “L’integrazione non è solo responsabilità di chi accoglie. Lo è anche di...

“L’integrazione non è solo responsabilità di chi accoglie. Lo è anche di chi arriva”

Hasnain Abbas scrive una lettera in risposta all’inchiesta di Panorama: “Alcune cose descritte in quelle pagine hanno un fondo di realtà, e lo sappiamo..." Ma la giornalista è "entrata in un edificio degradato, ha cercato le scene più forti, ha raccolto le frasi più problematiche di alcuni individui tra migliaia di persone e ha tirato una riga sotto. Tremila e passa persone diventate una minaccia collettiva. Il Pakistan che avanza, l'Italia che cede. Questo è il messaggio. E non è giornalismo, è una tesi cercata fino a trovarla".

0
497

Hasnain Abbas

“L’articolo di Panorama mi è stato inviato in chat diverse volte nel giro di poche ore. L’ho letto con molta calma e lucidità.La prima cosa che ho provato dopo averlo letto non è stata rabbia, ma stanchezza. Quella stanchezza di chi conosce questa storia e sa come va a finire, e vorrebbe che le cose fossero diverse.

Detto questo, ignorarlo completamente o replicare con due righe non sarebbe onesto. Alcune cose descritte in quelle pagine hanno un fondo di realtà, e lo sappiamo. Ci sono alcune famiglie chiuse, ci sono rigidità culturali che andrebbero superate, ci sono persone che fanno fatica ad affrontare il paese in cui vivono. Lo vedo anch’io, da dentro, e non ho nessun interesse a difendere quello che non va. Negarlo sarebbe poco serio.

Il problema è quello che ci hanno costruito sopra. Perché quello che Panorama ha fatto non è raccontare una comunità complessa. La giornalista è entrata in un edificio degradato, ha cercato le scene più forti, ha raccolto le frasi più problematiche di alcuni individui tra migliaia di persone e ha tirato una riga sotto. Tremila e passa persone diventate una minaccia collettiva. Il Pakistan che avanza, l’Italia che cede. Questo è il messaggio. E non è giornalismo, è una tesi cercata fino a trovarla.

La quotidianità vera è un’altra. Sono gli imprenditori italo-pakistani, i ragazzi che frequentano le scuole italiane, le famiglie che vivono a Carpi da vent’anni e che in Pakistan ormai ci tornano solo per le vacanze. Sono le madri che accompagnano i figli a scuola ogni mattina, le ragazze che studiano, lavorano, costruiscono qualcosa di loro in questa città. Sono le sorelle maggiori che aiutano le più piccole con i compiti in italiano. Questa comunità ha una componente femminile attiva, presente, che merita rispetto, non invisibilità. Sono le persone che pagano l’affitto, le tasse, che mandano i figli negli oratori e non solo a scuola di Corano. Questa roba non finisce su Panorama perché non fa paura a nessuno. Ma è il pezzo di città che l’articolo ha scelto di non

raccontare. Sul Biscione, beh, sì, ha grossi problemi, non lo sto difendendo o nascondendo. Le scale rotte, il degrado, quelle condizioni non vanno bene e lo sappiamo anche noi. Siamo i primi a voler essere parte della soluzione, non del problema e lo diciamo senza aspettare che qualcuno ce lo chieda. Ma bisogna anche capire come ci si arriva, in quel posto. Chi ci vive non ci sta per scelta ideologica. Ci sta perché quegli affitti li regge, perché quando arrivi in un posto nuovo cerchi le facce che conosci, la lingua che parli. E ci sta anche perché trovare altro, a Carpi, non è semplice. Non stiamo parlando solo di chi arriva senza niente in tasca, stiamo parlando di medici, ingegneri, operai qualificati, persone con un lavoro e uno stipendio regolare. Che entrano in un’agenzia immobiliare e la risposta è quasi sempre no. Quel no non lo dice nessun articolo. Ma è una delle ragioni concrete per cui certi quartieri si formano. È un meccanismo vecchio come il mondo. Gli italiani che andavano in Germania e Svizzera negli anni Cinquanta facevano identica cosa, quartieri tra compaesani, circoli, messe in italiano ecc. Nessuno ha scritto titoli sull’invasione italiana. Quel processo oggi lo chiamiamo integrazione riuscita. Noi chiediamo solo lo stesso sguardo. Su un punto voglio essere molto diretto: a Carpi non è mai successo niente di quello che il titolo lascia intendere. Nessun episodio di radicalizzazione religiosa, nessuna deriva estremista, zero. E non è questione di fortuna. È il risultato di un lavoro che si fa nel silenzio tra le nostre associazioni, il Comune e le forze dell’ordine. Segnalazioni, dialogo e collaborazione costante. Non ne abbiamo mai parlato sui giornali perché non era necessario. Adesso invece vale la pena dirlo chiaramente perché lasciare che quell’insinuazione giri senza essere contestata fa danni reali a tutta la collettività. C’è però una cosa su cui non mi tiro indietro. L’integrazione non è solo responsabilità di chi accoglie. Lo è anche di chi arriva. Se vogliamo che i nostri figli siano pienamente parte di Carpi, dobbiamo essere i primi a volerlo davvero, favorendo apertura, confronto, conoscenza reciproca. Alcune cose devono cambiare e lo dico io, lo diciamo noi e non perché lo chiede un articolo di una rivista, ma perché ci importa di questo posto. Poi ci sono i commenti usciti dopo la pubblicazione. Quelli sui campi di concentramento, sulle espulsioni, su come “sistemare” il problema. Li abbiamo letti. Li hanno letti i miei amici nati qui, che parlano con accento carpigiano, che hanno fatto le scuole qui, che non hanno mai visto Islamabad in vita loro. Queste non sono opinioni scomode. Sono parole che fanno male, non solo a noi ma all’intera città. E quando un articolo produce questo tipo di reazione senza condannarla, qualcosa non torna. Non chiediamo protezione. Non chiediamo di ignorare i problemi che ci sono. Chiediamo di sederci a un tavolo vero, con il Comune, con le scuole, con chi vuole capire davvero, e affrontare le cose come si fa tra adulti. I problemi ci sono e non scappiamo. Ma funziona solo se dall’altra parte c’è qualcuno che viene ad ascoltare, non a confermare quello che ha già deciso. Carpi è casa mia, è casa nostra. Non lo dico per reclamare qualcosa. Lo dico perché è vero e perché mi importa abbastanza di questa città da non volerla lasciare in mano a chi la racconta senza conoscerla per davvero”.

Hasnain Abbas