“C’è una concreta possibilità di salvare l’area di Portovecchio a San Marino Spino di Mirandola ma occorre che il territorio si attivi per presentare in breve tempo un progetto credibile e concretamente realizzabile. Mi auguro che ciò venga fatto, perché rappresenterebbe il modo migliore di onorare le firme degli oltre 1.700 cittadini che si sono mobilitati perché quell’area verde, gioiello della provincia dal punto di vista ambientale, resti incontaminata”: così il deputato modenese del Partito Democratico Stefano Vaccari, dopo la risposta al Gabinetto del Ministero della Difesa alle sue richieste di chiarimento. “Dopo che il primo bando di gara per il fotovoltaico è andato deserto – continua – il Ministero ha spiegato di essere pronto a valutare concrete proposte, da parte del Comune o chi per esso, per alienare in tutto o in parte l’area, di proprietà della Difesa e precedentemente destinata al Centro di Allevamento Quadrupedi per l’Esercito, in favore di terzi. Non è dunque prioritario che sia installato il fotovoltaico: quel che interessa al Ministero è trasferire l’area a chi possa prenderla in gestione in maniera credibile. Per questo – conclude l’esponente Dem – sollecito l’Amministrazione comunale ad attivarsi in ogni modo possibile, anche insieme alle realtà del Terzo settore del territorio e a tutti gli altri enti che sarà possibile coinvolgere, per far sì che l’area di Portovecchio resti ad appannaggio del territorio”.
Il Comitato Salviamo PortoVecchio esprime soddisfazione e sentimenti di speranza per le dichiarazioni dell’On. Vaccari. Si tratta di una favorevole congiuntura storica: per la prima volta, infatti, si prospetta la possibilità concreta che l’area di possa essere restituita alla Comunità (dal 1883 in uso all’Esercito, fino al 1954 ha ospitato uno dei Centri di Allevamento e Deposito Quadrupedi più grandi, importanti e all’avanguardia del nostro Paese; da allora, nonostante le diverse destinazioni d’uso, una lunga agonia, aggravata dal sisma del 2012 e dalla totale incuria degli ultimi anni). “Ci auguriamo – scrivono i componenti del Comitato – che ora l’Amministrazione Comunale di Mirandola dia seguito alla mozione approvata con voto unanime nel Consiglio Comunale dello scorso 29 settembre, con cui si impegnava ad attivarsi per definire e sviluppare un progetto complessivo che integri tutela, recupero e nuove opportunità con il coinvolgimento di comunità locali, enti e istituzioni. Lo scenario che inaspettatamente, per la prima volta, sembra realizzabile è che il Ministero della Difesa rinunci alla concessione d’uso dell’area (di proprietà dell’Agenzia del Demanio) in favore del Comune di Mirandola. Per parte sua, il Comitato si dichiara pienamente disponibile, nei limiti delle proprie possibilità, ad essere di supporto in qualunque modo all’Amministrazione. Consci della complessità della questione, ci aspettiamo che venga tempestivamente creato un tavolo di confronto e di lavoro con gli Enti interessati per trovare una formula che riporti a Mirandola la facoltà di amministrare questa porzione così significativa del suo territorio”. Quanto al progetto di recupero che, subito dopo l’acquisizione dell’area da parte del Comune, si dovrà mettere a punto, il Comitato manifesta la propria disponibilità a “coinvolgere le personalità eccellenti dal mondo accademico universitario già sensibilizzate nello scorso autunno con un appello contro il fotovoltaico a PortoVecchio”.
Oggi, dopo le giornate F.A.I. del 2017 e dopo le mobilitazioni di raccolta firme del 2020 per il Censimento Luoghi del Cuore F.A.I. e, in ultimo, della scorsa estate per scongiurare il rischio dell’impianto fotovoltaico a terra, sarebbe un errore imperdonabile non cogliere appieno la straordinaria occasione rappresentata dall’apertura alle trattative da parte del Ministero della Difesa.
È l’ultima occasione per salvare da certa e irrecuperabile perdita un’area unica per le sue caratteristiche architettoniche e paesaggistiche, riconosciute dalla Soprintendenza con vincolo monumentale, già da decenni in condizioni gravemente critiche; magari sbloccando, finalmente, anche i 3.8 milioni di euro stanziati immediatamente in seguito al sisma del 2012 per lavori di messa in sicurezza degli edifici, mai realizzati.