Home Carpi Enzo Iacchetti conquista il cuore dei carpigiani, tra ironia e umanità

Enzo Iacchetti conquista il cuore dei carpigiani, tra ironia e umanità

L’Auditorium San Rocco di Carpi ha fatto da cornice all’appuntamento, promosso da Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e CNA, all’incontro con Enzo Iacchetti arrivato in città per parlare con Pierluigi Senatore di Radio Bruno del suo libro 25 minuti di felicità, un’autobiografia edita da Bompiani dove Enzino si mette a nudo. Ad ascoltarlo quasi trecento persone che hanno sorriso e si sono emozionati con lui che “da qualche tempo ho la lacrima facile”.

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L’Auditorium San Rocco di Carpi ha fatto da cornice all’appuntamento, promosso da Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e CNA, all’incontro con Enzo Iacchetti arrivato in città per parlare con Pierluigi Senatore di Radio Bruno del suo libro 25 minuti di felicità, un’autobiografia edita da Bompiani dove Enzino si mette a nudo. Ad ascoltarlo quasi trecento persone che hanno sorriso e si sono emozionati con lui che “da qualche tempo ho la lacrima facile”. A sorpresa è venuto a trovarlo anche un amico di sempre, Beppe Carletti dei Nomadi con cui Iacchetti aveva tentato un’avventura sanremese (la musica è la sua grande passione e amore, oltre al teatro). Enzino Iacchetti è un uomo tenero e a volte triste, nel cuore continua a scrivere poesie bonsai, è un malincomico. “Vorrei che i lettori capissero quanto sono fragile. Per carità, sono stato fortunato, ho avuto successo dopo una gavetta lunghissima, però mi si uccide con poco”. Enzo Iacchetti alla consueta malinconia ha aggiunto in questi anni la solitudine che dice “mi accompagna da quando sono nato, ma che adesso avverto di più”. Nonostante la popolarità si sente un insicuro. “Domando di continuo “com’è andata?”, e ho sempre paura che mi rispondano “benissimo” e poi si voltino scuotendo la testa. Forse, mi stanno raccontando bugie da trent’anni e passa. Ho preso tante botte e mi sono sempre rialzato”.

Il suo libro è anche pieno di amore e di amici. “Gli amici mi hanno salvato la vita, invece con le donne sono stato un disastro. Ho amato tre o quattro volte in tutto, più un’altra che non avevo mai detto. Mi sono innamorato di Anna Marchesini la prima volta che l’ho vista in tivù, e dopo qualche anno mi proposero di partecipare con lei al programma Milano-Roma, quello dove si viaggiava in auto per otto ore in due, e si parlava di tutto. Lei arrivò e disse che si aspettava Rita Levi Montalcini. Ci sedemmo, il tempo passava. Forse, Anna qualcosa la intuì. Io sbagliavo marcia apposta per poterle sfiorare la mano, come un quindicenne al cinema. Mi fermai per raccoglierle delle ginestre sull’autostrada, e all’autogrill le presi una piccola torta. Anna fu di una dolcezza infinita. Non le chiesi il numero di telefono, ero timido ed eravamo entrambi sposati. All’arrivo, mi abbracciò in un modo che non ho dimenticato. Non la rividi mai più, poi lei morì. Nella prossima vita le chiederò di sposarmi”.

Nel suo libro Enzo Iacchetti parla dei suoi maestri, dei suoi punti di riferimento partendo dal padre Antonio, morto a 57 anni, e con il quale ha scambiato, in vita, una ventina di frasi. Non si capivano e non parlavano fino a quando non lo ha visto su di un freddo tavolo di un obitorio e allora ha avvertito il vuoto che solo dopo oltre 30 anni è riuscito a colmare. “Per stare in pace con mio padre calzolaio, che non voleva che io diventassi un artista. Siamo stati due egoisti, e io provo un forte senso di colpa. Spero sempre di sognarlo, ora che finalmente gli ho detto tutto”.

Tra i maestri “Giorgio Gaber era pieno di grazia, era gentile con tutti, un uomo delicatissimo ma, sul palco, incazzato nero. Voleva apparire come la persona più inutile del mondo, invece era un mostro di bravura. Si metteva a volare, però senza disturbare”. E poi Maurizio Costanzo al quale deve la sua popolarità arrivata tardi ma consolidata negli anni con la coerenza. Una carriera non facile iniziata trasportando ghiaccio, facendo il cameriere in una pizzeria milanese e in un albergo in montagna.

Si sorride quando racconta le pizze che gli tiravano quando si esibiva sul palco. “Adesso rido, ma all’epoca c’era poco da ridere. Si faceva la fame con il cabaret. C’era questo ristorante a Milano, prima di piazzale Loreto, si chiamava La Bellingereta. Il proprietario era un sadico: offriva 500 mila lire, nell’84 una signora cifra se si considera che ogni serata al Derby me la pagavano 12 mila e 500 lire, a chiunque riuscisse a resistere sul palco per più di un quarto d’ora. Il pubblico tirava pezzi di pizza addosso agli artisti, ma io riuscii a non smettere, anzi chiesi se potevano tirarmi pure il prosciutto. Tornai a casa, cioè nella stanza che dividevo con Giobbe Covatta, con i pezzi di pizza dentro un sacchetto: la nostra cena”.

Chi è Iacchetti?

“Sono uno che spera di divertire la gente: prima la osservo, la ascolto e poi provo a cavarne qualcosa. Non uscirei mai di casa, e mi sento un po’ solo. Una vita umana media dura, in termini di tempi universali, non più di mezz’ora, io che ho 73 anni ne ho già vissuti 25 minuti”.

Ma come, e l’amore?

“Passato, finito. Però sarebbe bello, la sera, ricevere una carezza prima di addormentarmi, invece la casa rimbomba dei miei passi. Ho amato il lavoro fino a oggi, fino a domani e fino a sempre, però ho sacrificato molto del resto, pur cercando di essere una brava persona”.

Sei arrivato al successo a quasi 40 anni, decisamente tardi.

“Grazie al Costanzo Show. Bellissimo, ma ero solo anche in quel momento. E lo sono stato dopo, quando la Rai mi offrì il doppio perché lasciassi Striscia. Sono fedele e sono rimasto, anche perché la tivù di Stato era, ed è, molto più politicizzata di Mediaset. E lo dice uno che ha amato Berlinguer più di chiunque”.

Il bilancio, alla fine, qual è?

“Che a volte sei contento, ma poi ti ritrovi solo come un pirla. Ti senti avvolto in una nuvola di zucchero filato, però se lo assaggi ha un sapore amaro. A casa, mi capita di voltarmi di colpo e non trovare mai nessuno. E poi sono insonne: questo non favorisce la serenità”. Un racconto, quello carpigiano, durato due ore che però sono passati, come direbbe Iacchetti “in una manciata di secondi”.

P.Sen.