Iscriviti alla newsletter

Sfoglia il giornale ovunque tu sia e in qualsiasi momento, iscriviti alla newsletter per ricevere ogni settimana Tempo sulla tua e-mail.

×
La Bassa è a terra ma non molla
Carpi | 08 Giugno 2012 Sulla base delle notizie storiche, i terremoti violenti che si sono verificati in questo periodo hanno un tempo di ritorno di circa 1000-1500 anni. In altre parole, sismi con magnitudo intorno a 6 sono da considerare per il nostro territorio eventi eccezionalmente rari. Ciò ha contribuito a diffondere tra la popolazione l’errata convinzione che l’Emilia fosse zona non sismica. E da un certo punto di vista, nemmeno la normativa tecnica è stata di grande supporto. Cerchiamo di ricostruire l’evoluzione della normativa. L’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274 emanata il 20 marzo 2003 (dopo il sisma in Molise 2002, M=5.8, vittime:30) fornisce una sostanziale evoluzione in materia di classificazione sismica del territorio nazionale e delle normative tecniche per le costruzioni in zona sismica. Viene attribuito un grado di sismicità a tutti i comuni italiani e il territorio nazionale è suddiviso in quattro zone a severità decrescente. Nella Regione Emilia Romagna si passa così da 89 comuni sismici a 341 e per 252 comuni, cioè la grande maggioranza, ciò costituisce una assoluta novità. I comuni interessati al sisma appartengono alla zona 3 – bassa sismicità. L’Ordinanza sarebbe dovuta entrare in vigore l’8 novembre 2004, ma arrivano tre proroghe. Il 4 febbraio 2008 viene pubblicato in Gazzetta il D.M. 14 gennaio 2008, che contiene l’ultima versione delle “Norme tecniche per le costruzioni” (NTC 2008), la cui entrata in vigore è fissata al 5 marzo 2008. Arrivano puntuali due proroghe. Tuttavia, la prima proroga al 30 giugno 2009 non si applica alle verifiche tecniche e alle nuove progettazioni degli edifici strategici (ospedali, scuole ) e alle opere la cui funzionalità assume rilievo fondamentale per la protezione civile. Questo tortuoso processo normativo si interrompe a causa del terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009 (M=6.3, vittime: 308). Il Governo abroga l’ultima proroga e dal 1° luglio 2009 le NTC 2008 sono le uniche norme di riferimento. Prima di questa data, le costruzioni nella maggioranza dei casi sono state progettate in base al vecchio D.M. ’96, con il quale, per le zone terremotate, si poteva evitare l’analisi sismica. E’ questo il motivo per cui il 90-95% delle costruzioni nelle zone terremotate non sono state dimensionate in base a criteri antisismici. La differenza è sostanziale. Nel caso di strutture sismo-resistenti cambia completamente la filosofia di progettazione. Rispetto a una struttura non sismica, progettata essenzialmente per resistere a carichi verticali, quelle sismiche hanno la capacità di fronteggiare lo scuotimento sismico, che nel calcolo è modellato con forze orizzontali posizionate all’altezza degli impalcati. Precisato che la maggioranza delle costruzioni realizzate nelle zone terremotate non è dotata di strutture idonee a sopportate un sisma, esaminiamo sommariamente gli effetti. A tal fine classifichiamo l’intero patrimonio edilizio in tre grandi categorie: i fabbricati di civile abitazione, le costruzioni storico-monumentali e i capannoni industriali. Se si escludono gli edifici situati in prossimità degli epicentri, dove le accelerazioni sono state comunque troppo elevate, la maggioranza degli edifici di civile abitazione non ha riportato danni importanti. Ciò essenzialmente perché le tecniche costruttive sono tradizionalmente buone. In particolare, sono praticamente assenti le tipologie di murature a sacco, in pietra o in ciottolame, frequenti invece in Abruzzo. Le costruzioni storico-monumentali hanno riportato globalmente danni severi. In pratica, le murature si sono sgretolate, poiché le malte appaiono generalmente di qualità scadente. Con i necessari lavori di manutenzione, in molti casi, si sarebbe evitato il peggio. I capannoni industriali hanno subito numerosi danni, al punto che questo terremoto viene già detto “il terremoto delle fabbriche”. Così come già accaduto nel terremoto del Friuli ’76, le strutture dei capannoni sono collassate per mancanza dei collegamenti tra travi e pilastri. In pratica, le travi sono semplicemente appoggiate sulle teste dei pilastri e si sfilano durante il sisma, vincendo l’attrito. In generale, mancano anche i collegamenti dei pannelli di tamponamento e dei tegoli di copertura con le travi di bordo. Si può osservare che il dimensionamento dei collegamenti è regolamentato dalle NTC 2008, mentre non vi sono regole di progettazione per essi nel D.M. ’96. Angelo Marcello Tarantino Docente di Scienza delle Costruzioni e Teoria della Elasticità – Università degli studi di Modena e Reggio Emilia

Altre notize della rubrica Carpi

Scarica l'App
Il giornale
in edicola
Sfoglia il giornale
Rubriche del Tempo
Altre notizie