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Oro e argenti al cinema che Mostra il mondo
Carpi | 09 Settembre 2019

Anche questa 76^ edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha saputo presentare un panorama sufficientemente esaustivo di ciò che questo bistrattato pianeta esprime nel mettere in scena se stesso. C’è, infatti, molta politica, nel senso migliore del termine, nei numerosi film che hanno composto la scaletta di questo festival. Dopo la meravigliosa preapertura dedicata al film scandalo del 1934, Estasi, con la celebre scena di nudo della bellissima Hedy Lamarr, presentato quell’anno proprio al Lido, la rassegna ufficiale non era partita benissimo con un film a dir poco spiazzante: Pelikan Blood di Katrin Gebbe. Storiaccia di un’allevatrice di cavalli che adotta una bambina problematica che si conclude a suon di esorcismi. Giusto prenderla un po’ in ridere e dimenticare questo antipasto e prepararsi al pranzo. Che poi è stato degno dei migliori chef: una schiera di affermati registi e ormai storici maestri ha illuminato gli schermi. La Giuria ha operato con giustizia in quasi tutte le sue scelte (non sempre all’unanimità). Il Leone d’Oro al miglior film è stato assegnato a Joker dell’americano Todd Phillips che si è avvalso della straordinaria prestazione di Joaquim Phoenix e di una comparsata eccellente di Robert De Niro. Costruire con originalità un personaggio più volte portato sullo schermo e intimamente legato a una dimensione fumettistica, non dev’essere stato semplice. Invece l’operazione è riuscita. In una Gotham City molto somigliante a una metropoli di fine Novecento, piena di degrado e tensioni sociali, si muove un personaggio vittima di una strana malattia che lo costringe a sbottare in forzate risate nelle situazioni più impensate, quando tutto ti aspetti fuorché l’ilarità. Il nostro eroe tira a campare tra violenze e soprusi con quella timidezza e sfacciataggine che sul suo volto sono stranamente complementari. Oggetto di bullismo, impara a sopravvivere fino a diventare quasi un simbolo di rivolta. E qui l’aspetto politico emerge con vigore, il protagonista cerca disperatamente un posto in un mondo che rifiuta il diverso e abbandona gli ultimi. C’è poca speranza e molta denuncia in questo viaggio alla ricerca delle origini del Joker che si opporrà al futuro supereroe. 

A scapito delle polemiche sui trascorsi di Roman Polanski innescate dalla presidente della Giuria, la regista argentina Lucrecia Martel che ebbe a dichiarare “io non separo l’uomo dall’opera”, il Gran Premio è andato proprio al regista bandito dagli Usa e al suo J’accuse. E non poteva essere diversamente! Il film (il favorito dalla critica) è a dir poco straordinario. La maestria di Polanski è visibile sin dalla prima inquadratura: un campo lungo con movimento di macchina sulla piazza che vede schierati, il 5 gennaio 1895, centinaia di soldati per assistere all’umiliazione del capitano Dreyfus (interpretato da Louis Garrel), accusato di aver passato informazioni al nemico tedesco. Tra gli astanti c’è l’ufficiale Georges Picquart (impeccabile e implacabile Jean Dujardin) che subito dopo è promosso a dirigere il controspionaggio. E’ lui che guida e conduce il racconto che lo porterà a svelare l’inganno delle prove false e a ottenere la riabilitazione del condannato. La ricostruzione storica è precisa e scandita con i ritmi tipici del thriller giudiziario. Affascinante e coinvolgente: 132 minuti di spettacolo puro. Montaggio incalzante, fotografia e messa in scena concorrono alla definizione del massimo realismo. Polanski vuole soprattutto evidenziare le cause di questo “errore giudiziario” che affonda le proprie radici nel crescente antisemitismo. Molti storici, infatti, hanno spesso considerato l’affare Dreyfus l’anticamera di Auschwitz. Il titolo si rifà al celebre articolo di Emile Zola che ebbe il coraggio di sfidare il potere e l’opinione pubblica denunciando l’ingiustizia di quella condanna, basata su prove false. La pubblicazione su L’aurore di quel duro affronto costò allo scrittore un anno di carcere per diffamazione a mezzo stampa. 

Piuttosto incomprensibile invece il Leone d’Argento come miglior regia a Roy Andersson, il regista svedese già Leone d’Oro nel 2014 per Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Alla Mostra ha portato About Endlessness (Sull’infinito) che sembra assemblato con i rimasugli dello stupefacente predecessore. Dal titolo uno si aspetta una riflessione più profonda, accenni leopardiani, invece il film si risolve in una sequela di scenette poco comiche e spesso insignificanti. Un film carino che però non lascia il segno: inquadrature fisse con pochi personaggi che si muovono a stento e parlano ancor meno. Davvero eccessivo un tale riconoscimento.  

Anche la Coppa Volpi alla miglior interpretazione femminile è un po’ azzardata. La francese Ariane Astaride è certamente una bravissima attrice, ma ha dato prove migliori in altri film, prevalentemente del marito Robert Guediguian. In Gloria mundi è inserita in un contesto collettivo molto importante, dove diversi personaggi agiscono e primeggiano a suo pari. Si tratta, infatti, dei membri di una famiglia anche piuttosto allargata alle prese con disoccupazione, disagio sociale e trascorsi carcerari. Un quadretto problematico molto attuale e perfettamente reso dove l’aspetto politico cammina di pari passo con quello esistenziale. Il regista realizza le sue storie con inflessibile coerenza: il lavoro come valore e l’ingiustizia sociale sono temi sempre presenti. 

Il riconoscimento a Luca Marinelli, Coppa Volpi alla migliore interpretazione maschile per Martin Eden di Pietro Marcello, è pienamente meritato. Il film è costruito intorno a lui, ma lo stesso si potrebbe dire di Joaquim Phoenix per Joker. L’attore italiano tuttavia tratteggia con rigore il cambiamento del personaggio, aderendo con straordinaria efficacia al modello letterario che però si trova ad agire in contesto spazio-temporale cambiato: dalla California a Napoli, da un preciso 1909 all’intero secolo breve dove si rincorrono strade con auto Anni ’70, costumi di inizio secolo, scenografie aristocratiche e bandiere socialiste. Una carrellata sul Novecento con efficaci inserti documentari d’epoca a punteggiare col bianco e nero la trasformazione a colori del giovane protagonista: un marinaio analfabeta che grazie a una ragazza borghese scopre l’amore per la letteratura fino a desiderare di diventare scrittore. Percorso difficile ma possibile che comporta anche il tradimento delle proprie origini, fino a un finale rispettoso dell’opera letteraria anche se mutato poeticamente dalla sensibilità cinematografica dell’autore. 

Il cartone animato Number 7 Cherry Lane guadagna il premio per la miglior sceneggiatura. Ne è autore l’eclettico artista cinese Yonfan dalla lunga carriera di fotografo prima e poi di regista. Il suo racconto ci parla di uno studente universitario che intreccia una relazione con la signora Yu e la di lei bellissima figlia Meiling. Siamo nel 1967 e il triangolo amoroso è disegnato con particolare attenzione alla sensualità delle atmosfere e dei personaggi. Una sceneggiatura che non tralascia l’erotismo servendosi dei colori e di accurati lineamenti grafici. Migliaia di immagini disegnate a mano formano il racconto di una storia d’amore ricca di movimenti contrastanti: il vizio e la virtù, la guerra e la pace, la fisicità e la spiritualità. Un film adulto per adulti.

Ancora un riconoscimento all’Italia col Premio speciale della Giuria a La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco. La voce fuoricampo dell’autore ci guida nelle vicende di due personaggi reali: la fotografa Letizia Battaglia, storica testimone della tragicità palermitana con le stragi mafiose e gli attentati a Falcone e Borsellino e l’impresario televisivo Ciccio Mira che di mafia non vuole nemmeno sentir parlare. Tuttavia si troverà a organizzare uno spettacolo nel quartiere Zen 2 di Palermo Neomelodici per Falcone e Borsellino il 19 maggio 2017. Il film dai risvolti comici perché diversi personaggi si muovono in un contesto così tragico da risultare paradossali nella loro indifferente estraneità, ha suscitato polemiche. Sul finale, infatti, una lunga sequenza in disegno animato mette in scena il presidente Sergio Mattarella. Nello specifico l’autore, attraverso Ciccio Mira, si chiede come mai il presidente non abbia aperto bocca sulla sentenza che ha sancito la trattativa Stato-mafia nel processo condotto dal procuratore Di Matteo. Il Quirinale ha prontamente risposto che il presidente non commenta mai né processi, né sentenze. E questo è sacrosanto. Però l’inquietudine per quanto accaduto in Sicilia persiste e il film ha il valore e il merito di mantenere viva l’attenzione e la memoria. Alla premiazione, assente il regista, il produttore ritirando il premio ha rivendicato il dovere di contrastare ogni censura. 

Infine il Premio Mastroianni al miglior attore emergente. Lo ha vinto Toby Wallace, giovanissimo coprotagonista del film australiano Babyteeth (Denti da latte), diretto dalla regista, anche teatrale, Shannon Murphy. E’ una storia molto drammatica tra una ragazzina gravemente malata che incontra un giovane scapestrato che saprà comprenderla e apprezzarla. Il legame tra i due li porrà davanti a scelte anche estreme. Il giovane Toby mostra un talento davvero unico nel costruire un personaggio ribelle, duro e dolcissimo.

Ivan Andreoli

 

 


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