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A un passo da Dio
Carpi | 05 Settembre 2019

“Durante la salita iniziale il profilo delle montagne del Kirghizistan simile a quello delle Dolomiti ha fatto riaffiorare  il ricordo di tutte le persone con cui ho condiviso il cammino sulla catena alpina e mi sono emozionato” sono le prime parole di don Luca Baraldi al rientro a Carpi martedì 28 agosto. E poi ribadisce che “non è l’impresa in sé di salire a più di 7mila metri a essere significativa ma ciò che si vive durante il percorso”, come ha già avuto modo di scrivere citando Pio XI: “mentre, col duro affaticarsi e sforzarsi per ascendere dove l’aria è più sottile e più pura, si rinnovano e si rinvigoriscono le forze, avviene pure che con l’affrontare difficoltà d’ogni specie si divenga più forti per doveri anche più ardui della vita, e col contemplare la immensità e la bellezza degli spettacoli, che dalle sublimi vette ci aprono sotto lo sguardo, l’anima si elevi facilmente a Dio, autore e signore della natura”.
Questa è solo una delle meditazioni che don Luca condivide durante l’ascensione per raggiungere la sommità del Peak Lenin, 7.100 metri. Sulla sua pagina Facebook c’è l’entusiasmo della partenza (5 agosto), l’arrivo in Kirghizistan per raggiungere il campo base a 3.600 mt, il sorriso durante la prima gita di acclimatamento sopra i 4.000 e poi quella a 5100 mt ma anche il volto tirato per la fatica e la stanchezza che ogni giorno rendono più difficoltoso il passo.
Il parroco di San Giuseppe Artigiano non è nuovo a certe imprese. L’alpinismo è la sua grande passione fin da ragazzo e affronta questa avventura insieme al sassolese Enrico Fedolfi supportato da una società di Verona che ha organizzato il viaggio: partono in quattordici ma solo sei arrivano sulla vetta.
Il 12 agosto, nel giorno del suo 41esimo compleanno arrivano tanti messaggi di auguri che gli riempiono il cuore e in quello stesso giorno scrive: “chi vuol salire verso l’alto deve allenarsi, ascendere...” o anche “chi fra voi vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e lo schiavo di tutti”.
Nelle foto postate su Facebook lo scenario è progressivamente sempre più imbiancato mentre don Luca sale per raggiungere campo tre e arrivare a 6.100 metri: le difficoltà aumentano e la fatica pure. L’acclimatamento mette a dura prova tutti, la stanchezza fisica difficilmente verrà recuperata dopo questo sforzo: ora entra in gioco la forza mentale e la determinazione a raggiungere la cima farà la differenza.
“Mentre partiamo – scrive don Luca - in una mattina nuvolosa per cercare di salire la vetta dell’Ibn Sīnā (Lenin Peak 7134) condivido un pensiero: l’imprevedibilità e il confronto con la natura selvaggia, incontrollabile, dove l’uomo è ospite e non dominatore, sono solo alcune delle caratteristiche che amo di più nell’alpinismo [...] Dalla vetta il mondo che ho abbandonato il mattino e che ritroverò la sera appare sempre più bello. Laggiù ci sono le persone che amo e che mi amano, ma anche i problemi [...], mentre qui non c’è nulla [...]. Il vero coraggio, l’alpinista, lo dimostra quando si comporta da uomo. Quando scende dalle montagne e affronta i problemi comuni per cercare di cambiare le cose” (Hervé Barmasse).
E ora per don Luca è il momento di condividere con la sua comunità questa esperienza ad alta quota, a un passo da Dio.
Sara Gelli

 


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