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Quell’apocalisse chiamata Chernobyl
Carpi | 01 Settembre 2019

Chernobyl è angoscioso. Terribile. Sappiamo già come andrà a finire ma, forse, proprio per questo, vedere le immagini correre sul piccolo schermo, diventa ancor più efficace. Potente. La miniserie americana - prodotta da Hbo, scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck - dedicata al disastro nucleare di Chernobyl è un drama, certo, ma anche un documentario pressoché impeccabile la cui forza principale è senza dubbio quella di mostrare il volto dell’ex Unione Sovietica, la faccia di un mondo ormai sbriciolato, andato, che ha fatto di tutto per celare il proprio fallimento. Ed ecco allora che l’incidente, i morti, le radiazioni, la grafite sui tetti della centrale, la nube radioattiva… non esistevano, non subito almeno, non finché anche gli altri, gli svedesi in testa, si accorsero che qualcosa di terribile e irreversibile era accaduto. Di quell’Apocalisse, consumatasi all’1:23:45 della notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, si è sempre parlato poco. Troppo poco. Così come delle sue conseguenze. Il merito della serie è dunque quello di aver squarciato la cortina di ferro, contribuendo a svelare una storia fatta di silenzi, omissioni, manipolazioni, errori e orrori. Qual è il costo di quelle bugie? Quanti morti ha causato - e causerà - quel nemico invisibile e senza odore? Chernobyl ti arriva dritta alla pancia e, spiega la fotografa modenese Francesca Gorzanelli, che dal 2015 hai creato un blog dedicato proprio alla zona di esclusione, “rispetto a quello che io ho visto laggiù e a ciò che mi hanno raccontato gli abitanti, la serie è attendibile e i fatti ricostruiti con accuratezza. Certo è stata romanzata e nei cinque episodi sono stati condensati numerosi fatti a discapito del rispetto della cronologia temporale, ma questa serie è vera e assolutamente realistica anche nelle ambientazioni”.

La serie affronta la tragedia dell’incidente “a livello tecnico e politico ma si ferma lì. Nessun accenno al dopo, a cosa sia accaduto in questi 33 anni. Tutto è come cristallizzato, come se la vita si fosse fermata nel 1986, come se non esistesse un dopo Chernobyl. Le persone che guardano il serial - spiega Francesca - si fanno un’idea chiara rispetto a quanto accaduto, sullo scoppio del reattore, sulle bugie del Governo, ma non possono fermarsi lì. Il mio auspicio è che si pongano delle domande, che comprendano come la dimensione della tragedia riguardi anche il presente e il futuro. Accanto alle gravi conseguenze dell’incidente sulla salute umana e sull’ambiente, infatti, occorre far fronte a costi economici enormi che sono sulle spalle di tutti noi, poiché quella centrale deve essere smantellata. La serie va vista, non si discute, ma sarebbe davvero interessante se avesse un seguito”.

Molti, sulla scia emotiva del serial, hanno deciso di visitare la Zona di esclusione e in particolare Pripyat, la città fantasma in cui tutto è rimasto immobile da allora. “In realtà - prosegue Francesca - il boom è scoppiato già da qualche anno: nel 2016 a Chernobyl andarono 20mila persone, nel 2018 è stata raggiunta quota 60mila e quest’anno, ad agosto, per la prima volta non ho trovato posto per dormire. Questo sarà il mio tredicesimo viaggio, un’esperienza che consiglio a tutti anche se è indispensabile affidarsi ad agenzie qualificate”.

In quella terra non c’è spazio per l’improvvisazione: “partire con persone che non ci sono mai state e non conoscono la zona di esclusione può rivelarsi estremamente pericoloso. Questo non è un viaggio alle Maldive dove tutto è meraviglioso, ma un luogo in cui si è consumato un disastro nucleare e, dunque, occorre rispettare numerose regole, muoversi all’interno di determinate aree e non uscire da quei tracciati. La zona di esclusione è contaminata a macchia di leopardo e quindi, quando se ne varca la soglia, non si entra in una bolla di contaminazione totale, vi sono dei punti in cui ci si può muovere in sicurezza ma bisogna conoscerli. In questi anni chi è venuto con me, mi si è affidato completamente, perché là ho dei contatti preziosi, persone in cui ripongo tutta la mia fiducia. Gente che viveva lì ben prima dell’incidente e che conosce il territorio come le proprie tasche”. Un amore, quello di Francesca per questi luogo, nato per caso: “il mio primo viaggio è stato nel 2015; curiosa di scoprire quel territorio mi sono recata nella zona di esclusione per effettuare un reportage fotografico. Pensavo sarebbe finita lì, con un’esperienza lavorativa e personale in più, in realtà quello è stato solo l’inizio. Quando sono arrivata laggiù, ho scoperto un mondo. Chernobyl è un buco nero nell’informazione italiana: non sappiamo nulla di quella terra. E’ come se, avendo chiuso le porte al nucleare, il nostro Paese non ne volesse sapere più nulla, come se tutte le centrali europee che ci circondano potessero in qualche modo restare fuori… Io non sapevo che Chernobyl fosse una cittadina funzionante, con circa 500 abitanti e con piccoli negozi e non sapevo nemmeno che la popolazione fosse così accogliente e desiderosa di conoscere e confrontarsi con gli stranieri. Quelle persone sono rinchiuse in quella sorta di palla di vetro da 33 anni, non sanno nulla del mondo che li circonda. Da quando li ho conosciuti continuo a tornare, spesso con altre persone desiderose di comprendere quei luoghi, per portare aiuti agli anziani che vivono lì. Non sono più riuscita a smettere”. Di quella gente, continua Francesca, “amo l’atteggiamento propositivo, il desiderio di affrancarsi dal passato, dall’incidente. Nonostante il Governo abbia taciuto loro cose che avrebbero potuto salvare la vita di tanti, con serenità, stanno affrontando giorno per giorno quella disgrazia, traendone anche il lato positivo. Il turismo infatti per chi vive lì porta denaro e nuove conoscenze e la gente ha tanta voglia di aprirsi. Un’apertura che mi fa venir voglia di stare con loro, di confrontarmi. Ogni volta mi pare di compiere un salto nel passato, quei vecchietti sembrano i miei nonni di 40 anni fa”.

Oggi, un gigantesco arco di acciaio, alto quanto la Madonnina del Duomo di Milano, avvolge il sarcofago che a sua volta racchiude il reattore n.4 della centrale nucleare di Chernobyl, distrutto nella fusione seguita a due scoppi nella notte del 26 aprile 1986. Di lui restano 13mila tonnellate di “lava” radioattiva, il combustibile nucleare - 192 tonnellate di uranio - mescolato alle componenti del reattore fuso, al piombo, alla sabbia e all’acido borico gettati dagli elicotteri per bloccare l’incendio e il rilascio di polvere radioattiva. Per la forma che ha preso, lo chiamano zampa di elefante. “Da quanto nel 2016 questo arco d’acciaio è stato fatto scivolare sopra al vecchio sarcofago - spiega la fotografa modenese - il reattore 4 è al sicuro; ho avuto modo di fare varie rilevazioni sotto al reattore nel corso degli anni e oggi non fuoriescono più le radiazioni di prima. Realizzato perlopiù coi soldi della Comunità Europea e in parte con fondi americani, ora questo arco è diventato di proprietà della centrale nucleare, dove sono impiegati ancora circa 5mila lavoratori. Al momento l’impianto è in stallo, in attesa di finanziamenti. L’Ucraina aspetta denaro dal mondo per avviare il processo di smantellamento che durerà almeno 70 anni”.

L’ingegno dell’uomo è ora messo alla prova dalla catastrofe che lui stesso ha provocato: “non esiste ancora un progetto di superamento del reattore scoperchiato perché nella storia non esiste un precedente simile. Gli ingegneri stanno studiando una soluzione per capire se sia meglio smantellarlo o lasciarlo in eterno sotto a questo arco”.

La tragedia di Chernobyl è ben lungi dall’essersi conclusa.

Jessica Bianchi


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