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Gentilezza tra i banchi di scuola
E tutti vissero gentili e contenti | 16 Febbraio 2019

Tempo fa scrissi un articolo sul rapporto epistolare che tenevo con la mia maestra delle elementari. Parlavo della corrispondenza di una volta, con tanto di buste affrancate, spedite e l’attesa davanti alla cassetta della posta di riconoscere tra bollette e estratti conto, la bella grafia di Loretta e le sue affettuose riflessioni. Si discuteva un po’ di tutto ma soprattutto di libri, e avendole fatto dono delle mie pubblicazioni, ci siamo trovate a parlare del fil rouge che ci lega da ormai 40 anni e della tenerezza che deriva dal realizzare che è stata proprio lei a insegnarmi a scrivere. Sull’argomento, e in particolare sul tema dell’integrazione, scrissi un libro per ragazzi, pubblicato esattamente due anni fa, che raccontava appunto del primo giorno di scuola e delle emozioni che emergono nell’affrontare forse il primo passaggio alla vita fatta non più solo di gioco per un bambino, e di cui appunto ogni piccolo è più o meno consapevole. E chi se lo ricorda, ho pensato io. Ma nei giorni della stesura, mi è stato sufficiente ripensare a lei e al tempo speso a posare insieme i primi mattoncini di una vita adulta, per aprire quei cassetti che posso dire oggi, a ragion veduta, di non avere chiuso mai del tutto. Il libro ha iniziato a viaggiare di mano in mano e sui banchi di scuola, tant’è che un paio di mesi fa ricevo un messaggio da una ex compagna delle superiori che mi dice di averlo letto e sul quale abbiamo disquisito amabilmente per una sera. Mi fa una proposta che accetto immediatamente e con grande entusiasmo: raccontare alla classe di suo figlio, particolarmente attenta al tema della letteratura, la mia esperienza da scrittrice. L’idea mi piace tantissimo e mi mette subito in contatto con l’insegnante alla quale fare riferimento per prendere accordi su come guidare la mattinata. Scaccio l’ansia che inevitabilmente percepisco al pensiero di dover “condurre”, certa che la maestra in questione mi darà una mano a tracciare il percorso. Incredibile scoprire che Elisabetta, docente di Italiano della classe 4 della Scuola Anna Frank, altri non è che la madre di una compagna di nido di mio di figlio.
Non può che andare bene, mi dico e così il 30 gennaio, dopo una breve telefonata con lei per avere un paio di dritte sui temi da affrontare, mi presento a scuola.
Già mi perdo tra la poesia dei piccoli cappotti appesi e i trolley appoggiati a terra nei corridoi. Chiedo informazioni al personale che mi indica dov’è la classe. Facendo le scale provo e riprovo mentalmente già solo il mio bussare alla porta, che naturalmente trovo aperta come monito a seguire l’istinto.
Dalla soglia li vedo seduti, presi a gestire con fatica la loro grande eccitazione per questa giornata diversa. Sono bellissimi e piccoli tra i loro banchi ordinati, e il profumo di cancelleria letteralmente mi investe. Sono disposti in isole di tavoli grandi e formano un accattivante assortimento di testoline che si guardano tra loro negli occhi, prima di volgere lo sguardo a me che entro tra l’intimidito e l’emozionato. Bastano una manciata di secondi per creare un’ottima intesa. I loro occhi sgranati e un accenno di sorriso, sono più che sufficienti. Elisabetta interrompe la lezione e mi presenta ai bambini poi prosegue spiegandomi che avevano fatto una piccola deviazione al programma per trattare un episodio avvenuto in classe nei giorni scorsi. Da principio mi sento estranea a tutto questo, abituata alla disposizione frontale di decine di anni fa e alle lezioni confezionate su misura e dalle quali non ci si scollava per trattare oltretutto temi di relazioni tra compagni. Ma i tempi sono decisamente cambiati e per fortuna qualcuno se n’è accorto quindi prendo coraggio e mi inserisco nel dibattito chiedendo lumi per poter a mia volta esprimere un’opinione in merito. Il primo pensiero è che sono davvero forti questi ragazzi ed è un privilegio poter parlare con loro di vita e non solo di studio. Esaurito questo breve argomento, ci dedichiamo al motivo per cui sono lì. Spiego loro il percorso che mi ha portato alla scrittura e leggo nei loro occhi una storia avvincente che inevitabilmente mi galvanizza. Percepisco immediatamente una caratteristica che ci accomuna, la predisposizione all’ascolto, li vedo annuire e agitarsi sulle sedie e finalmente scorgo in fondo all’aula una mano alzata. Perché in fondo sono qui per questo: per ascoltarli e confrontarmi con loro. Non ci si può davvero esimere dal trarre energia da tanta curiosità.
Mi armo di “penna” per scrivere sulla lavagna di ultima generazione (i gessi, dove sono finiti?) e do un titolo alla nostra mattinata.
PER SCRIVERE SERVE:
Mi giro di nuovo verso la classe e vedo una decina di mani alzate! Che meraviglia, si comincia.
Li ascolto tutti, trascrivo ognuna delle parole che dicono e senza voler in alcun modo etichettare ognuno di loro è divertente tracciarne un profilo dal vocabolo che scelgono: il romantico che sentenzia “le emozioni”, il nostalgico che dice “i ricordi”, il filosofo che esagera un “i punti di vista e la prospettiva”, il pragmatico che spiega che per scrivere serve la “biro” che fa scoppiare a ridere l’intera classe. Lavoriamo sodo, loro prendono nota e io mi diletto ad ascoltare quanto siano già capaci di ragionamenti sottili e le ore scivolano tra entusiasmo e gentilezza, che non dovrebbe stupire ma che ammetto, in parte mi sorprende. 
Ritorniamo su alcuni concetti che premono a Elisabetta. Conosce la classe e contribuire anche solo per un briciolo ad approfondire temi utili alla loro crescita personale, mi riempie di orgoglio.
Finché qualcuno mi chiede l’autografo e da lì mi ritrovo a fare due firme a testa. Scopro che molti di loro sono appassionati lettori di generi vari. Chi il fantasy, chi la narrativa, chi l’horror! Mi chiedono i nomi dei miei autori preferiti e mi invitano a scrivere alla lavagna, non più così ostile, i titoli dei miei libri che qualcuno ha già sul banco da far firmare. Un carnevale di menti fervide e interessate che mi fa venire voglia di sedermi e trascorrere con loro l’intera mattina. Ma suona la campana che annuncia la ricreazione. Confesso una lieve emozione nel risentirla dopo così tanti anni. Rispondo a qualche curiosità degli ultimi che si avvicinano alla spicciolata prima di addentare la merenda e chiedo a tutti un autografo a testa sulla mia copia del libro, invitandoli a non essere troppo ingordi e quindi a prendersi un piccolo spazio nella pagina pensando ai compagni che dovranno a loro volta firmare.
Tutti mi ringraziano personalmente, qualcuno di loro mi abbraccia, uno di loro mi chiede un bacio tradendo un filo di rossore in viso.
La sera scrivo un messaggio a Giorgia e Elisabetta, ringraziandole per la magnifica opportunità di togliere il velo di polvere ai miei ricordi di scuola e complimentandomi per l’educazione e la cura con cui sono stata accolta.

Rifletto a mia volta su cosa mi sia servito per scrivere oggi questo articolo: nulla più di un paio d’ore di acerba gentilezza.


Elisa Cattini


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