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Dopo il tumore, io corro per la vita
Carpi | 08 Febbraio 2019

Lo dice la medicina: l’attività fisica è importante non solo per prevenire l’insorgenza di tumori, ma anche per stare meglio durante o dopo una terapia. Non stare fermi, ma muoversi. Cercare di andare avanti in tutti i sensi. E nel caso di Giorgia Pisano, 37 anni, di professione grafica pubblicitaria in un’agenzia di comunicazione di Carpi, operata di tumore al seno, non solo camminare, ma correre. Correre più veloci che si può per dimostrare che, alla fine, si è sempre se stessi, con la stessa voglia di vivere e di lottare per un futuro migliore. “Ho scoperto di avere un tumore al seno sinistro nel marzo del 2016 - racconta Giorgia, capelli corti sbarazzini e un bel sorriso sulle labbra - dopo un’ecografia di routine. Non c’erano precedenti in famiglia, e quindi è stato uno shock e un grande dolore all’inizio ma non mi sono mai abbattuta. Ho deciso di affidarmi alle cure degli oncologi dell’ospedale di Carpi: le dottoresse Ferrari e Cagossi, Lazzaretti e il primario del Reparto di Oncologia, il dottor Artioli, che non mi stancherò mai di ringraziare. A queste quattro persone devo la mia vita. Hanno iniziato facendomi fare dei cicli di chemioterapia a giugno del 2016, prima più forti e poi un po’ più leggeri. Per fortuna le cure hanno funzionato sin da subito e a dicembre, pronta per l’intervento, non erano più presenti cellule tumorali. Ho subito una quadrantectomia ed esportazione del linfonodo sentinella. A marzo del 2017 ho fatto 30 sedute di radioterapia poi, ad agosto, mi hanno sottoposta a punture sottocute ogni 21 giorni di Hercepting (anticorpo monoclonale). Per 5 anni dovrò sottopormi mensilmente a Enantone, una puntura che serve per bloccare il ciclo mestruale e per 10 anni dovrò assumere giornalmente una pastiglia di Tamoxifene. Sono cure abbastanza pesanti, con tutte le conseguenze della menopausa, ma più accentuate: vampate di calore, dolori articolari, nausea, dolori addominali. Ma vado avanti! Anche per il tipo di lavoro che svolgo, ho deciso di parlare e condividere la mia storia il più possibile sulle varie piattaforme social, e per il “collettivo digitale”, un progetto di un’azienda di intimo donna a Carpi che vuole dar spazio alla voce delle donne, offrendo loro un luogo virtuale in cui condividere storie legate al proprio universo femminile”.
Com’era la tua vita prima della malattia e com’è adesso?
“Se prima di ammalarmi ero una donna attiva con una grande passione per la subacquea e i viaggi, adesso lo sono ancor di più. Non sto mai ferma. Cerco sempre di fare tante attività e vivere la vita al massimo. Quando attraversi queste malattie o ti demoralizzi o lotti con tutte le forze per farcela. Io avevo un obiettivo preciso: sarei dovuta tornare in Madagascar, la terra che amo, il prima possibile, e immergermi sott’acqua. Con il sostegno del mio compagno e di suo figlio, della mia famiglia, dei miei amici più cari, delle infermiere del Day Hospital Oncologico di Carpi e delle altre ragazze che con me hanno attraversato la stessa malattia, ho lottato alla grande. Non mi sono mai fermata, ho sempre lavorato, sono uscita anche con la bandana in testa perché, purtroppo, nel mio caso, la cuffia per cercare di non far cadere i capelli non ha funzionato. E, finalmente, nell’ottobre del 2017, sono volata a Nosybe dai miei amici Lele e Carlotta che gestiscono un diving proprio là in Madagascar e ho potuto fare le mie immersioni. Sono rinata! Ho provato una sensazione indescrivibile di libertà. Di gioia infinita. Di vita”.
Che cos’è il progetto Pink is Good Running Team e cosa significa farne parte?
“A ottobre del 2018 ho partecipato alla PittaRosso Pink Parade, la manifestazione a Milano organizzata dalla Fondazione Umberto Veronesi per sostenere la ricerca scientifica contro i tumori femminili. Io, il mio compagno Massimiliano, e i miei amici e collaboratori Eleonora e Luca. Cinque chilometri di camminata sotto la pioggia, ma è stato emozionante. Proprio in quell’occasione, sempre tramite i social media, ho visto la campagna di reclutamento per trovare nuove Pink Ambassador, ovvero delle donne che testimoniassero la loro lotta contro il tumore. Per gioco mi sono iscritta e sono stata selezionata. Io faccio parte del Team di Bologna e per me ha un grande valore. Significa trasmettere a tutte le donne l’importanza della prevenzione a qualsiasi età, perché purtroppo, come nel mio caso, il tumore può colpire anche i più giovani. E poi, cercare di infondere speranza, fiducia, coraggio a chi è in corsa contro la malattia. Significa anche promuovere e sostenere la ricerca scientifica d’eccellenza. Vorrei che questo articolo servisse anche per la raccolta fondi a mio nome. Infatti, cercando il mio nome, Giorgia Pisano, sul sito www.retedeldono.it, tutti possono donare per sostenere la ricerca scientifica contro i tumori femminili. Anche il costo di un caffè, ma è davvero importante. Intanto noi ci alleniamo per fare una mezza maratona di 21 chilometri. Siamo donne forti e ce la faremo, al grido del motto di tutte noi: Niente ferma il rosa, niente ferma le donne”.
Chiara Sorrentino

 


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