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La sfida di oggi è tra populismi e democrazia rappresentativa
Carpi | 21 Dicembre 2018

Da un lato i partiti populisti, concepiti come ‘contenitori vuoti’, adatti a essere riempiti dalle rivendicazioni più opportune in un dato momento, così come dalle frustrazioni degli elettori potenziali, destinati a vivere la contraddizione insita nell’essere nati in opposizione alla ‘vecchia’ democrazia rappresentativa - alle élite e ai partiti, in una logica binaria in cui pretendono di incarnare i sogni di palingenesi e nuovismo di chi si sente deluso e arrabbiato - per poi tuttavia, una volta raggiunto il potere, doversi muovere nelle logiche e attraverso le regole di quelle stesse istituzioni che sino a un momento prima condannavano come irriformàbili; dall’altro i partiti tradizionali, incapaci di reagire e prospettare soluzioni e progetti differenti e che, assorbiti dal goffo e affannoso tentativo di uscire dall’empasse, corrono il serio rischio di essere loro malgrado spinti, dall’efficacissima e incessante comunicazione degli avversari, a coincidere con ‘il vecchio’ per antonomasia. Grande è insomma la confusione sotto il cielo, a pochi mesi dalle prossime elezioni europee, in cui mai come oggi si affronteranno due visioni dicotomiche del mondo: è quanto ha illustrato Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione, docente alla Luiss e alla Bocconi, nonché editorialista di numerose testate, tra cui La Stampa, nel corso dell’incontro di presentazione, presso la libreria Fenice, di Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi, sua più recente pubblicazione. Dialogando con lo storico Giovanni Taurasi e il presidente dei Giovani Democratici Matteo Cardinazzi, Panarari ha elencato le caratteristiche di quelli che definisce neo-populismi, e che vanno per forza di cose declinati al plurale, perché possono essere di sinistra, di centro, così come di destra: “Il nucleo di ogni populismo viene direttamente dal pensiero di Rousseau, che intendeva il popolo come depositario di un’innocenza primigenia, in opposizione alle classi dirigenti corrotte. Per questo il carismatico leader populista cerca sempre il rapporto diretto con il popolo, di cui si fa ultimo e solo portavoce”. A sua volta, il popolo – che, ricorda Panarari, non è altro, in realtà, che una costruzione retorica – è chiamato a pronunciarsi contro o in favore una serie di temi posti in agenda dal leader, in una sorta di neo-plebiscitarismo favorito dai social media. “Il populismo rifiuta tutti i mediatori, siano essi giornalisti, intellettuali, ministri del culto o scienziati. La figura dell’esperto è bandita, in favore di un’orizzontalizzazione totale che non può tuttavia che essere fittizia, perché l’uno vale uno si risolve in realtà in nessuno vale niente, a parte il capo”. I nuovi populismi emergono, figli di un’età dell’ansia in cui milioni di persone hanno visto sfumare quelle aspettative di benessere e crescita sociale che erano state loro pronosticate all’indomani della caduta del muro di Berlino con il disfacimento del blocco sovietico (la tanto celebre quanto disattesa ‘fine della storia’ pronosticata da Francis Fukuyama), pronti a incarnare la figura dei salvatori, proponendo ordine laddove regna il caos reale o percepito che sia, sicurezza in cambio di libertà, semplicità piuttosto che complessità, onestà contro disonestà, nuovo invece che vecchio, bianco per scacciare il nero, perché i grigi non sono assolutamente contemplati. Tuttavia, per far questo, per proporsi cioè come coloro capaci di acquietare l’ansia, devono paradossalmente intensificarla, e tenere costantemente viva quella febbre del corpo sociale che rappresenta la prima ragion d’essere del loro crescente consenso. C’è bisogno, insomma, di sempre nuovi nemici, tra i quali ne esiste uno in particolare: “La democrazia rappresentativa nasce per garantire il pluralismo, mentre i populismi non sanno e non vogliono gestirlo, ma al contrario ridurlo, perché non lo tollerano. Si pongono dunque in antitesi a quella che è stata definita la peggior forma di governo a eccezione di tutte le altre, nell’idea di un rapporto diretto, immediato, tra il popolo e la sua guida, in cui tutti possono esprimersi su tutto, perché non c’è una gerarchia della conoscenza e l’opinione degli esperti non conta. In un sistema di questo tipo, tuttavia, il più forte è in grado di imporsi sul più debole, magari senza che questi neppure se ne avveda, o persino con il suo entusiastico consenso”.

Marcello Marchesini


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