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Un poeta che nemmeno la dittatura ha spezzato
Carpi | 07 Ottobre 2018

Ironia della sorte, l’incontro con Alfondo Varas Acosta avviene martedì 11 settembre. Una data fissata in modo casuale per intervistarlo, ma non un momento qualsiasi rispetto alla storia e alla memoria: questo giorno è infatti carico di molteplici e tragici significati. Se il ricordo più recente è per molti legato agli attentati alle Torri Gemelle di New York del 2001, era invece un martedì di 38 anni prima il giorno che ha cambiato per sempre la vita di Alfonso e della sua famiglia. L’11 settembre 1973 gli uomini del generale Augusto Pinochet, spalleggiati dagli Stati Uniti, misero in atto il colpo di stato contro il governo del presidente Salvador Allende, espressione di una coalizione di sinistra uscita legittimamente maggioritaria dalle elezioni. Alfonso, ora 76enne, era allora un giovane preside e padre di quattro figli, con la passione per l’insegnamento, la letteratura e la poesia sudamericane, tanto da definirsi un ‘nerudiano patologico’. Tuttavia, l’aspetto più determinante, in quei giorni di caos e paura, è rappresentato dal suo ideale politico, che ne aveva fatto, da anni, un convinto attivista per il partito socialista prima e militante per la coalizione di Unidad Popular poi. “Forse qualche alto dirigente del partito sapeva, ma noi, a livelli più bassi, non eravamo preparati per quel che sarebbe accaduto – racconta oggi – e se le persone comuni comprendevano come la situazione fosse diventata molto difficile, nessuno poteva immaginare il livello di violenza che ci sarebbe piovuto addosso. Tra l’altro, noi che appartenevamo alla società civile non avremmo avuto la minima possibilità di resistere ai militari”. Il terrore non si fa dunque attendere, e Alfonso, che dal 9 si era trasferito in casa della madre per ragioni di sicurezza, viene arrestato pochi giorni dopo il golpe, il 17 settembre, a una fermata dell’autobus, una tra le migliaia di vittime di quella feroce guerra interna a civili e oppositori veri o presunti scatenata dal nuovo regime. “Ci fecero salire su un autobus con violenza, utilizzando il calcio dei fucili, minacciandoci in ogni modo per terrorizzarci”. Dopo aver girato vari luoghi di detenzione, approda infine in un carcere per detenuti comuni: “Ci avevano stipati in 700 in uno spazio che avrebbe potuto contenere appena un centinaio di persone, sottoponendoci a violenze di ogni tipo, dalle botte alle minacce, dalle scariche elettriche fino a simulare diverse volte una fucilazione che poi non avveniva”. Un terrore continuo, fisico e psicologico, in grado di spezzare anche l’uomo più solido. “In quei giorni ero completamente annullato, non sapevo più chi ero. Però sono ancora qui, mentre tanti amici e allievi non sono sopravvissuti”, ma a questo punto Alfonso si fa più parco di parole, abbassa lo sguardo, e si intuisce che, di questo, fatica ancora, a distanza di così tanti anni, a parlare. Liberato in dicembre per insufficienza di prove rispetto all’accusa di possesso di armi ed esplosivi - “non sapevo neppure sparare, e a maneggiare esplosivi avrei avuto paura io per primo!” spiega – e posto in regime di libertà condizionale, si trasferisce nella capitale cilena, Santiago, fino a quando, nell’agosto del 1976, un comandante dell’aviazione, la cui moglie, insegnante, era stata sua collega, gli fa arrivare la raccomandazione di fuggire il più in fretta possibile dal Paese. “A quel punto mi sono rivolto a due miei fratelli che erano già fuggiti, a Mantova e Modena, perché erano riusciti a scavalcare il muro dell’Ambasciata italiana. Così, grazie anche all’interessamento della Vicaría de la Solidaridad, organismo della Chiesa cattolica cilena istituito per prestare aiuto alle vittime della dittatura, il 15 novembre dello stesso anno Alfonso parte, da solo, e arriva nel modenese. “Mentre sorvolavo il Brasile, ricordo che mi sentivo inutile, abbattuto. Poi, atterrato in Italia, dato che il terreno era completamente bianco a seguito di abbondanti nevicate, la sensazione di spaesamento è stata tale da trasmettermi la sensazione di essere sbarcato non in Europa, ma sulla Luna”. Ma è proprio qui che ricomincia la ‘rinascita’: dopo essere stato raggiunto dalla famiglia, a cui nel frattempo si era aggiunto un nuovo arrivato, Alfonso si lancia in anni di impegno e attivismo, sia lavorando all’interno della Biblioteca di Vignola, sia scrivendo libri, dando vita a progetti culturali, incontrando gli studenti delle scuole della provincia per portare la testimonianza di quanto stava accadendo nella sua terra natale. “Con altri esuli cileni abbiamo fondato una rivista e ci siamo impegnati per diffondere la cultura, la storia e le tradizioni cilene. Quello che abbiamo fatto qui, aiutati dalle amministrazioni comunali, dalle associazioni e da tanti splendidi amici italiani, è stato un atto di resistenza culturale, oltre a raccogliere fondi per le associazioni per i diritti umani attive in patria”.

Un Cile in cui Alfonso potrà far ritorno soltanto nel settembre del 1991, un anno dopo il ritiro ufficiale dal potere di Pinochet, resosi inderogabile a seguito del referendum che aveva posto fine a una dittatura capace, in 17 anni, di causare almeno 40mila tra morti, vittime di tortura, persecuzione, esilio forzato e prigionieri politici. Ora, dopo una vita di impegno in prima persona che tuttavia non ha nessuna intenzione di terminare, dato che ha in preparazione altri tre libri tra cui un’autobiografia e un testo critico su Pablo Neruda, il bilancio di Alfonso è ambivalente. Se da un lato il Cile ha guadagnato la libertà, la transizione dalla dittatura alla democrazia è stata tuttavia incompleta, lenta e piena di tentennamenti, tanto da portare Alfonso a sostenere che “Pinochet non è stato sconfitto, ma ha deciso di andarsene. Se da un lato i giovani sono oggi consapevoli degli orrori di quel periodo terribile della nostra storia, dall’altro il processo per avere giustizia e verità è ancora lungo, perché subito dopo il ritorno alla democrazia ha prevalso una sorta di desiderio di rimozione, e l’inevitabile necessità di fare i conti con un passato tragico è stata rimandata per molti anni ancora”. In Italia, questo instancabile testimone di una delle pagine più tragiche del secondo Novecento continua a tornare, perché qui vivono ancora alcuni dei figli – come Fabiola, che a Carpi lavora con la Cooperativa sociale Il Mantello – consapevole che, pur a distanza di decenni, le battaglie per cui, allora, lui e tanti dei suoi connazionali hanno sofferto, somigliano molto a quelle di oggi. “Tanti dei temi che portarono all’elezione di Allende negli Anni ’70 sono attuali e tutt’ora irrisolti, segno che le esigenze di giustizia non tramontano mai”. Ed è negli occhi e nel timido sorriso di Alfonso Varas che si rispecchia la forza di un uomo che nemmeno la violenza di una dittatura sanguinaria e feroce è riuscito a spezzare: la forza di un poeta.

Marcello Marchesini


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