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L’ABC della gentilezza
E tutti vissero gentili e contenti | 08 Aprile 2018

Solo ora, a distanza di mesi, riesco a prendere idealmente in mano carta e penna  e dedicarmi a scrivere qualcosa che sia più di un pensiero. Complice una notte insonne, una notte gentile che mi riporta alla mente l’episodio di raro, profondo affetto di cui voglio parlarvi da un po’, in realtà. E’ successo a Natale, per la precisione un paio di settimane prima. Un vecchio amico, Gianmaria, compagno di scuola delle elementari mi contatta e mi propone di fare visita a una persona a noi molto cara. Scopro con grande sorpresa che lui lo fa ormai da parecchi anni e, oltre a trovarlo un gesto di grandissimo affetto, sono davvero felice e lusingata che abbia pensato proprio a me. Non esito nemmeno un attimo ad accettare e chiedo se posso estendere l’invito alla mia amica di sempre, Sandra. Lui felice del mio e del nostro entusiasmo non svela niente a lei che, ignara del complotto si aspetta di bere un thè a due in compagnia di quello che, tra un biscotto e l’altro, si è fatto definitivamente uomo.

Ci troviamo sotto casa lui, Sandra e io, e devo dire che l’emozione non tarda a farsi sentire. Faccio velocemente due conti e credo siano passati circa 33 anni. Il ricordo prezioso dei nostri momenti insieme non è mai davvero svanito. Nemmeno il camice azzurro intenso che indossava ogni mattina è sbiadito nel corso di questi anni non sempre lineari e a dirla tutta, sicuramente mai più leggeri come quelli di allora. E ci guardiamo negli occhi noi tre, un po’ intimiditi dalla situazione del tutto nuova. A colorare questo quadro del tutto nuovo ci sono i nostri figli, piccoli e inconsapevoli dell’emozione che attraversa noi adulti e siamo più che mai felici di averli con noi. Vedere i propri genitori emozionati siamo certi sia un valore aggiunto. Suoniamo il campanello e la voce, leggermente tremante dall’altro capo del citofono prega Gianmaria di aspettare di sotto. Scopriamo da lui che è una sua abitudine quella di andare ad accogliere i suoi ospiti direttamente alla porta d’ingresso del piccolo palazzo.

E così attendiamo, grandi e piccini, l’arrivo di questa donna speciale. Ad aprirci la porta è sempre la stessa persona, quella che per cinque anni ha attraversato tutte le nostre mattine. E la cosa che trovo in assoluto più buffa in quel momento è che non so come chiamarla. Faccio un respiro, le vado incontro e l’abbraccio forte lasciando che il fiato che trattengo da un po’ scivoli in un saluto primordiale. “Ciao maestra” le dico e davvero a stento trattengo le lacrime perché la ricordavo grande e ora che siamo braccia tra le braccia ho la sensazione di essere tornata piccola.

Per un attimo almeno. Trema davvero quella voce e ha forse perso un po’ della sua fermezza ma ne riconosco già le prime sfumature. Il rituale si ripete per tutti e tre allo stesso modo e come allora, posa una delle sue mani grandi sulla testa dei nostri bimbi, replicando un gesto vissuto un milione di volte e rispolverato nell’androne di un palazzo di periferia. Beviamo un thè e discorriamo di tanto, di quasi tutto quello che è passato tra lei e noi, tra gli alti e bassi di questi importanti anni. Buona parte della nostra testimonianza è sotto i suoi occhi, la sua è nell’affetto immutato che ci riserva e caldo nonostante la casa sia ora più vuota e in parte buia. Ha lo stesso sorriso, la stessa maternità esplicita che ci ha riservato sempre, le stesse parole ricercate e precise che ci hanno insegnato a scrivere, a leggere, a far di conto. Ma soprattutto a pensare e riflettere. Lo stesso amore che non ci ha fatto mancare mai. E le raccontiamo quello che siamo diventati sin qui, le nostre pagine più belle e tra queste, rendendole merito della passione che mi ha trasmesso per le parole le dico che scrivo e prima di andarmene le lascio una copia del mio libro, ringraziandola per avermi insegnato a tenere in mano una penna e a mettere in fila le lettere prima e i pensieri poi.

Memorizzo il mio numero di telefono sul suo e le chiedo di chiamarmi quando lo avrà letto perché è fuori dubbio che il suo sia uno dei pareri a cui tengo di più.
Mi abbraccia e mi assicura che lo farà. Passano circa tre settimane e con queste, il Natale. Ci prepariamo per un piccolo viaggio in montagna e prima di chiudere casa faccio un salto fuori e controllo la cassetta della posta.

Intravedo una busta bianca che immagino essere la solita contabile della banca ma con mia grande sorpresa scorgo un nome scritto a mano con elegante grafia.

E’ passato troppo poco tempo per non riconoscere subito l’indirizzo del mittente e la stringo per una manciata di minuti prima di aprirla e leggerla con il cuore in gola.

Una lettera vera, come quelle che si ricevevano una volta e che l’attesa rendeva ancora più importanti. Sono a dir poco incredula e respiro questo delizioso amarcord mentre partiamo per le vacanze e la giornata di sole promette solo cose buone. Mi isolo e mi assento nonostante l’abitacolo e la confusione dovrebbe del tutto impedirlo. E invece riesco a godermi quella coccola dal sapore antico e conosciuto, quelle parole che reputo forse in parte immeritate ma che mi prendo tutte senza remore.

Fa accenno a Rodari, alle tecniche utilizzate allora e mi svela un segreto importante in merito alla mia fantasia che già allora dava i primi segni di voler emergere. Mi parla di talento, mi invita a ritagliare tempo per me e per questa passione. Mi prega di proseguire, entusiasta di chiunque riesca a coltivare con tenacia una grande sogno nonostante la vita molto spesso ci soffochi. Srotolo quel foglio protocollo, lo annuso, ne ascolto lo scricchiolio e mi sento così felice. Vorrei chiamarla subito ma preferisco assaporare e godermi questo bel momento in una solitudine quanto mai surreale.
Nel corso delle settimane successive penso spesso a quel gesto meraviglioso, alla ricchezza di un rapporto nato, cresciuto e consolidato decine di anni fa e che ancora risuona presente nelle fondamenta di ognuno di noi.

Ognuno di quelli che facevano parte delle sue “covate”, come ci definiva lei. Eravamo pulcini in effetti ma abbiamo imparato a nostro modo a volare. Ripenso spesso a questo scambio di gentilezza, a quanto poco abbiamo “speso” e a quanto abbiamo portato a casa da un freddo pomeriggio alle porte del Natale. Ho preparato una busta e attendo che l’articolo sia stampato. Vorrei spedirlo a Loretta, alla mia maestra come ringraziamento per la sua dedizione, la pazienza, la determinazione oltre che allo smisurato e immenso amore di cui ci ha riempito. Figlia di tempi più moderni e folli, scriverò l’indirizzo sulla busta con tratto incerto ma indubbiamente pieno di affetto e gratitudine.

Elisa Cattini


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