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Per sentito dire
Carpi | 14 Febbraio 2018

Sono 14 i racconti che, ambientati in una provincia trascurabile ma proprio per questo riconoscibile come terra discreta di mitezza e felicità possibili, compongono Per sentito dire, il primo libro di Francesco Ricucci che, edito da Mucchi Editore, sarà presentato giovedì 15 febbraio a partire dalle ore 19.30 presso La bicicletta, al civico 26 di via Sant’Eufemia a Modena, in una serata promossa insieme a MAS - Magnificat Art Societas, condotta dall’editor Jonathan Sisco che vedrà anche la partecipazione del doppiatore di origini modenesi Ruggero Andreozzi.
“La mia passione per la scrittura – spiega Ricucci - scaturisce dal desiderio di parlare di cose che vedo o che sento in giro, cose che per me sono importanti e di cui c’è bisogno di lasciare traccia, una sorta di seconda possibilità di essere salvate dal frullatore. L’ispirazione mi viene ogni volta che qualcosa mi colpisce, oppure ogni volta che dai miei ricordi riemerge qualcosa che stava lì nascosta ad aspettare di venir fuori ed essere raccontata”.
I racconti di Per sentito dire scorrono nel continuo mescolarsi di due tempi, quello di un presente sospeso nel vissuto quotidiano, o meglio, nel tempo di una giovinezza fuori della storia, fatta di flash e scampoli di avvenimenti estratti da una cronologia approssimativa, una specie di eternità degli anni Ottanta e Novanta, e quello dei ricordi narrati da chi il passato lo ha vissuto per davvero, vivendoci e morendoci con una dignità che inorgoglisce: sono i padri, i nonni, gli uomini e le donne di prima di noi, quelli che, nostro tramite, continuano a raccontare le loro storie. Altra caratteristica peculiare del libro, il fatto che questi due paesaggi temporali, il Novecento degli anni Quaranta e Cinquanta e il Novecento della fine del secolo, non vengono uno dopo l’altro ma si svolgono come in parallelo, convivono sullo stesso piano.
Scrittore asciutto, lucido e svagato, Ricucci afferma di non essersi inventato nessuna delle storie che racconta. Due o tre le avrebbe vissute in prima persona – forse quelle di cui vergognarsi maggiormente – mentre le altre le avrebbe ascoltate e raccolte per caso, dividendosi fra amici e parenti, o chiacchierando con i più semplici conoscenti nel corso della vita di tutti i giorni. C’è quindi un fulcro di verità che dona ai racconti il loro senso di equilibrio, come se questo vero e proprio cuore di realtà costituisse contemporaneamente lo spunto di partenza e quello di arrivo degli accadimenti narrati. Forse anche per questo, tra ironia, comicità e stupore sentimentale, Ricucci riesce a donare alla propria prosa la potenzialità enigmatica di un linguaggio chiaro, che lo identifica pienamente come narratore.
“Nei miei racconti – conclude l’autore - le cose che ritornano sempre sono l’amicizia, il senso di giustizia (a volte crudo e crudele) che la strada insegna, la regola non scritta di non prendersi mai troppo sul serio, ma soprattutto la consapevolezza che se vuoi che davanti a una birra la gente ti ascolti bisogna restare sul pezzo, non usare troppe parole ed arrivare al punto della faccenda con ironia e lasciando a chi ascolta la possibilità di immedesimarsi in quello che sta ascoltando o leggendo… come facevano i grandi a cui mi ispiro… Jhon Fante o J.D. Salinger per fare due nomi ovvi ma per me davvero importanti”.


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