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Un inno alla vita, malgrado il dolore
Carpi | 05 Febbraio 2018

Tutto il dolore che le ha riservato la vita è racchiuso tra le pagine del suo La prima volta che vidi la neve. Un libro, quello della carpigiana Ivana Cipolli, che scorre veloce, sul filo dei ricordi e delle emozioni. Un romanzo autobiografico nato quasi per caso, dopo che l’autrice, insieme al nipotino, ritrova nella soffitta dei ricordi, tra trine, monili e scialli traforati, i suoi diari. Gli appunti di una vita custoditi dentro a una valigia color cuoio: i percorsi tragici, le gioie di bimba e gli affanni da adulta, le fatiche e i pianti che la vita poco benigna le aveva regalato. Quella di Ivana è una poetica delle piccole cose. Ad affiorare, pagina dopo pagina, sono perlopiù sensazioni. Odori. Stati d’animo. Della casa della sua infanzia, a Fossoli, l’autrice rievoca dettagli, come il profumo del gelsomino e quella piccola finestra che si affacciava su un piccolissimo recinto dove due galline starnazzavano e puzzavano. Un’infanzia senza colori, dove all’estrema indigenza, si sommava una povertà ancor più profonda, quella dei sentimenti. Mia madre era una donna in collera col mondo ed io una bimba magra e spaventata, scrive l’autrice. Ma anche nell’indigenza due occhi incantati di bambina possono trovare la magia: la prima volta che vide la neve, fu la prima volta che svenne. Non seppe mai se fu l’emozione, la felicità, tutta quella luce o il freddo che aveva preso. Uno stupore meravigliato cancellato dalla morte del padre, perso troppo presto per una peritonite a 46 anni. E di quella morte, Ivana, ancora una volta, non traccia che pochi e indistinti contorni: un’ambulanza, un corpo inerme avvolto da un lenzuolo e l’urlo straziante della madre. Con una scrittura semplice e di pancia - d’altronde Ivana ammette di non aver conseguito nemmeno la licenza elementare – l’autrice procede spedita nel tratteggiare un passato doloroso, fatto di rinunce e umiliazioni.

Ridicola nel suo abitino bianco che a malapena le arrivava alle ginocchia, per Ivana il momento della Comunione, da sempre sognato per indossare un abito da principessa, si trasforma in un incubo. Stretta in un vestito di seconda mano, prestatole dalla cugina, a emergere con violenza è il senso di inadeguatezza di questa bambina. Una insicurezza che la accompagnerà a lungo. La prima volta che vidi la neve è uno spaccato intimo e prezioso della Carpi del dopoguerra: bambine, come Ivana, costrette a soli 9 anni, a dividere gli stracci di lana dal cotone, obbligate a salire su alti sgabelli di legno per arrivare al tavolo di lavoro,e a convivere con la puzza insopportabile e la sporcizia delle pezze. E oltre alla puzza, Ivana ricorda i cinque chilometri percorsi in bicicletta per raggiungere il posto di lavoro, le dita irrigidite dal freddo dell’inverno, i piedi rinchiusi in scomodi zoccoli con inchiodata sotto la suola una lamina di latta per non far consumare il legno... Un’infanzia negata la sua, che odora di sacrifici e della inafferrabile fragranza del pane appena sfornato: una delizia e nello stesso tempo un supplizio per chi aveva ancora fame dalla sera prima. E in uno scenario tanto misero, persino un fosso pieno d’acqua può trasformarsi in mare...

Negli Anni Cinquanta, Ivana inizia a lavorare come apprendista presso il Maglificio Severi: avevo 13 anni e pesavo 40 chili. Il lavoro era massacrante, dovevo arrampicarmi sulle punte dei piedi per riuscire  a chiudere i coperti delle macchine da stiro. Tre anni di soprusi, di diritti negati e di malsane condizioni di lavoro: allora si usava la trielina per lavare i capi che, col calore, esalavano vapori venefici. Finii ricoverata quasi in fin di vita per intossicazione ma, una volta guarita, nessuno fece niente per paura che venissi licenziata.

Al centro del capannone dedicato alla piegatura delle maglie, ricorda Ivana, era stata sistemata una gabbia di vetro da dove era possibile vedere tutti i lati. Lì dalle otto del mattino si sedeva la moglie del titolare che, con un cronometro, poteva controllare i tempi che le operaie impiegavano a imbustare le maglie. Nulla rispetto alle umiliazioni legate alla lampadina rossa: piazzata sopra l’ingresso dei servizi igienici, era puntata come una sveglia. I minuti che un’operaia poteva stare dentro erano meno di cinque ma, a volte, la stanchezza era talmente tanta che qualcuna si addormentava e allora ci pensava quella lampadina rossa a svegliarla; non solo si accendeva ma cominciava a anche a suonare come una sirena. Al momento di uscire dalla fabbrica le operaie dovevano timbrare il cartellino ma, ogni tanto, a sorpresa, a caso, una lampadina si accendeva e suonava e allora a chi era toccata la sorte doveva uscire dalla fila e si doveva accomodare in uno sgabuzzino ricavato in un sottoscala dove veniva denudata per controllare se avesse nascosto sotto gli abiti qualche maglia”. Abusi di potere esercitati da uomini che ne approfittavano per palpeggiare le più giovani. Una Carpi tratteggiata senza sconti, dove i padroni licenziavano senza motivo e le operaie erano trattate come cose. E poi ci sono le cambiali, i soldi che non bastano mai, uno spicchio di casa acquistato dalla madre a Carpi. Il primo bagno in una vasca e un passero per otto bocche affamate...

Ma nella vita di Ivana, ormai giovane donna,oltre agli stenti, iniziano i primi turbamenti, l’amore fa capolino. Sbuca all’improvviso. In un giro di tango. E con Giorgio, arriva il primo bacio dato sull’argine del Po. Sono gli Anni Sessanta e Ivana è in sella a una Lambretta abbracciata a un uomo quasi sconosciuto. Il suo primo e unico uomo. Un matrimonio, il loro, che durerà 48 anni. Un’unione da cui nascerà Sandra. Ma la vita è avara di gioie e a due anni, alla piccola viene diagnosticata la leucemia. Un calvario che terminerà tre anni più tardi: diventava sempre più piccola, fragile e indifesa. Per lei non c’è nulla da fare. Una perdita che segnerà la vita di Ivana, un senso di colpa che la accompagnerà malgrado la nascita di Giorgia e Guendalina. Un libro doloroso, denso di emozioni, che conquista (disponibile presso le librerie carpigiane Mondadori e Fenice). La protagonista è una donna come tante. Forte e fragile. Straordinaria.

Oggi nonna, Ivana consegna al nipotino Gianfranco la sua eredità dolceamara. “Per te, mio piccolo amore, canterò e sorriderò”. Sempre. Nonostante tutto.

Jessica Bianchi

 

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