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Che sia l’Hospice il pomo della discordia?
Carpi | 08 Novembre 2017

Correva l’anno 2015. Il dottor Paolo Tosi era appena stato nominato presidente dell’Amo - Associazione malati oncologici di Carpi e tra lui e il dottor Fabrizio Artioli, direttore dell’Unità Operativa di Oncologia dell’Ospedale Ramazzini, l’idillio era palpabile. Intervistati insieme sulla necessità di realizzare un Hospice nell’Area Nord, i due erano pressoché concordi su ogni punto. “La mission dell’Hospice è quella di prendere in carico globalmente il paziente, accudendolo e accompagnando in un momento molto difficile, della sua storia personale, ovvero la gestione del fine vita”, avevano più volte ribadito in quell’occasione, lanciandosi la palla a vicenda. Da allora qualcosa si deve essere definitivamente incrinato considerato il terremoto che ha sconvolto l’associazione -  la terza per dimensioni in ambito sanitario della Provincia di Modena  - all’inizio di ottobre e che ha visto le dimissioni illustri del presidente Tosi e dei due consiglieri storici Annalisa Bonaretti e Silvano Santini. Difficile non considerare l’Hospice il reale pomo della discordia, essendo questa l’opera più importante al centro dell’attività e degli sforzi del sodalizio.
L’Hospice dell’Area nord, coi suoi 14 posti letto, dovrebbe sorgere in una posizione baricentrica tra Carpi e Mirandola - l’area individuata è quella dell’ex fornace di San Possidonio - e servire un bacino di circa 190mila utenti. I tre soci fondatori, ovvero Amo di Carpi, Amo e Asp di Mirandola, una volta raggiunta la somma necessaria - l’opera costa 3 milioni e 200mila euro, di cui 900mila assicurati dai fondatori mentre la parte restante della cifra dovrebbe essere coperta dalle due Fondazioni di Mirandola (1 milione) e Carpi (oltre 1 milione) - daranno vita a una fondazione che gestirà la struttura (mentre non è ancora chiaro il ruolo che avrà nella vicenda  l’Azienda sanitaria).
Tra i nervi scoperti dell’operazione potrebbe esserci la posizione individuata per la realizzazione dell’opera: un’area, quella del “Comparto denominato Fornace di Budrighello, ubicato nel Comune di San Possidonio in località Ponte Pioppa”, delimitata “a est dalla Strada Provinciale Matteotti, ad ovest dall’argine del fiume Secchia e a nord e a sud da territorio agricolo” e che la Vas - Verifica di assoggettabilità a valutazione ambientale strategica (datata 07.06.2011), definisce a “elevata pericolosità idraulica”. Considerata la posizione del comparto a ridosso del fiume, infatti, il documento “impone, al fine di diminuire la pericolosità per le persone che risiedono negli edifici in tali aree, il divieto di realizzare piani interrati e la previsione di scale interne di collegamento fra i vari piani dei fabbricati”. Ricordiamo che, come ha ben spiegato il dottor Artioli, “l’Hospice si rivolge a pazienti in fase avanzata di malattia. Ospita per lo più malati oncologici ma anche un 5-10% di persone affette da patologie fortemente invalidanti”. Come si può dunque pensare di costruire una struttura rivolta a malati terminali in un’area ritenuta a elevato rischio idraulico? In caso di calamità, come faranno quelle persone deboli e fragili a mettersi in salvo?
Nella Vas, redatta prima del sisma del 2012, viene evidenziato come nonostante “il territorio del Comune di San Possidonio appartenga alla Zona 3 a bassa sismicità” - i fatti hanno dimostrato purtroppo il contrario - l’area della ex fornace risulti comunque “soggetta ad amplificazione per caratteristiche litologiche (ndr - la litologia è la Scienza che studia le rocce) e potenziali di liquefazione” e invita a condurre ulteriori approfondimenti.  Sulla scelta dell’area il sindaco di San Possidono, Rudi Accorsi, non ha dubbi: “penso sia un’ottima soluzione. E’ baricentrica tra Carpi e Mirandola, è immersa nel verde ma non isolata, è ben raggiungibile dalla viabilità principale e consente la costruzione ex novo delle strutture necessarie. Insomma una scelta corretta e inappuntabile”.  Sulle critiche mosse rispetto alla vicinanza del fiume, Accorsi è laconico: “tutto il territorio della pianura modenese è tagliato dai due fiumi Secchia e Panaro. Quest’area ha un’altezza sul livello del mare di 21 mt circa: più alta di tante zone della Bassa comprese città come Mirandola, Concordia, Novi o San Possidonio stessa. Inoltre, a differenza di Novi, Mirandola, Cavezzo, Finale,  Bomporto e Bastiglia,  il nostro comune non ha avuto alluvioni in epoche recenti”.
Come se la questione pericolosità non fosse di per sé sufficiente a far dissuadere circa la congruità dell’area, un altro dettaglio non può certo passare inosservato ed è di carattere squisitamente economico. Dal momento che la Fornace di Budrighello rappresenta una pregevole testimonianza di archeologia industriale, il Piano di recupero di iniziativa privata dovrà prevedere “il recupero e la valorizzazione del corpo originale della fornace Hoffman e dei corpi aggiunti compatibili, tramite intervento sistematico di restauro scientifico e suo riuso con destinazione per attività di interesse pubblico”. Ergo denari da aggiungere alla spesa, già cospicua, strettamente legata alla realizzazione dell’Hospice. Un intervento, quello di riqualificazione e riuso del corpo originale, come si legge nelle norme di attuazione del Prg nella zona della ex fornace, che “potrà essere attuato in una seconda fase”. Pur non specificando le tempistiche l’onere resta comunque sul groppone di Amo di Carpi, Amo e Asp di Mirandola. E non saranno bruscolini. CAIREPRO - Cooperativa Architetti e Ingegneri – PROgettazione di Reggio Emilia a cui è stato affidato il compito di analizzare il sito e di formulare un’ipotesi di fattibilità, stima un investimento di circa “900mila euro”. Anche se, chiarisce il team di professionisti, “la cifra può subire variazioni a seconda del tipo di recupero che si intenderà attuare; il recupero del manufatto, infatti, va inquadrato nell’operazione complessiva di realizzazione dell’Hospice e ne va chiarito l’orizzonte temporale di attuazione”. Sia chiaro, a essere messa in dubbio, non è la necessità di realizzare o meno una struttura per malati terminali bensì la sua collocazione nell’area dell’ex fornace: i volontari e i malati che da anni si spendono strenuamente per il bene di Amo, così come coloro che continuano a sostenere con generosità il sodalizio, hanno il diritto di sapere.
Jessica Bianchi

 

 


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