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Il futuro della cura abita qui
Carpi | 30 Ottobre 2017

Realizzare una Residenza a Trattamento Intensivo (Rti) mantenendo al contempo il Servizio di Diagnosi e Cura (Spdc): è questo il risultato portato a casa dalla città di Carpi dopo un travagliato rapporto con l’Azienda Sanitaria di Modena. “Una vittoria per tutti e, in particolare, per i pazienti psichiatrici, i più deboli”, hanno più volte ribadito l’assessore alle Politiche Sociali Daniela Depietri e il presidente dell’associazione Al di là del Muro, Giorgio Cova. Procede il cantiere per l’allargamento del piano terra della palazzina che oggi ospita il Diagnosi e Cura dove è prevista la convivenza dei due servizi: “con questo progetto - ndr: somma stimata un milione di euro - stiamo provando ad affrontare il tema della collocazione in ambito ospedaliero residenziale di persone con disturbo psichiatrico in una condizione acuta o sub acuta. Il tema di grande interesse di questo progetto pilota e del tutto sperimentale - spiega il dottor Fabrizio Storace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Modena - è l’idea che sia l’ambiente assistenziale a dover modificare la propria intensità a seconda della condizione che attraversa il paziente. Se abbiamo a disposizione solo una struttura ospedaliera inevitabilmente il protrarsi della degenza avverrà in quell’ambito se, al contrario, potremo fare affidamento anche su un nucleo residenziale, allora quella sarà l’area e la modalità con la quale potremo sin da subito intervenire in maniera riabilitativa e post acuzie. Le persone in condizione di disagio non devono essere costrette ad adeguarsi alle strutture, sono queste ultime che devono poter accogliere le persone nella loro differente condizione di sofferenza o di necessità assistenziale. Questa è la sfida che cerchiamo di affrontare qui a Carpi e siamo convinti che questo nostro progetto fungerà da esempio e ispirazione per numerose altre realtà del Paese”.
Una sperimentazione “dove il confine tra sociale e sanitario scompare”, ribadisce Depietri, e, di fatto, si sta già concretizzando, poiché, per consentire i lavori di ristrutturazione della palazzina, nel febbraio scorso i pazienti dell’Spdc sono stati temporaneamente trasferiti all’interno dell’Ospedale dove quattro posti letti sono stati dedicati agli acuti e altri quattro a un regime di Rti. “Il modello adottato tra le mura del Ramazzini, ovvero la vicinanza tra pazienti  in fase acuta  e post acuta, è quello che verrà replicato anche nella sede definitiva”, spiega la dottoressa Elena Rebora, della direzione strategica dell’Ausl.
I risultati ottenuti sinora lasciano ben sperare: “abbiamo già avviato una raccolta dati  interna per avere così un monitoraggio puntuale dell’attività svolta e poter compiere un’analisi dettagliata sulle degenze, sui numeri relativi ai ricoveri e alle persone che transitano da un regime all’altro… L’idea - conclude la dottoressa Rebora - è quella di misurare, attraverso vari indicatori, l’impatto della sperimentazione su pazienti, famigliari e operatori, verificando al contempo gli eventuali eventi avversi affinchè tutto possa funzionare al meglio”. Soddisfatta anche la dottoressa Grazia Tondelli, responsabile del Diagnosi e Cura del Dipartimento di Salute Mentale di Carpi: “il progetto è decollato da pochi mesi ma stiamo raccogliendo buoni riscontri tra i ricoverati e le loro famiglie. Quel che mi preme sottolineare è la mancanza di frizioni tra le diverse tipologie di pazienti: in alcuni momenti della giornata, infatti, diventa quasi impossibile distinguere tra chi è ricoverato in regime obbligatorio e chi, al contrario, sta completando il suo percorso di cura ed è prossimo alle dimissioni. Questo innovativo approccio implica certamente un aggiustamento dal punto di vista della progettualità riabilitativa e, per tale motivo, abbiamo introdotto nel gruppo di lavoro due figure nuove, ovvero i tecnici della riabilitazione psichiatrica: a loro spetta il compito di condurre attività risocializzanti e mettere a punto progetti personalizzati per i pazienti che passano per la Residenza a Trattamento Intensivo”. Una sperimentazione, conclude l’assessore Depietri, “in grado di rispondere a bisogni non ancora espressi, che va diritta verso il futuro della cura”.
Jessica Bianchi


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