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Grande Aimag: conti fatti senza l’oste
Carpi | 04 Ottobre 2017

La questione è complessa. Spinosa. Difficile, infatti, comprendere davvero cosa si celi dietro la nebulosa operazione “grande Aimag”. L’improvvisa e apparente pace ritrovata all’interno della proprietà pubblica della municipalizzata dopo mesi di mal di pancia e la profonda spaccatura tra Carpi e la Bassa è davvero reale? Le divisioni interne alla governance della multiutility sono davvero state sanate oppure la mossa del Patto di sindacato non è che l’ennesimo tentativo di posticipare una decisione circa il futuro della compagine societaria di Aimag? L’idea di una multiutility non più federata ma federatrice, capace di costruire alleanze con altri attori per aumentare la propria massa critica è quanto auspica la direzione del Patto: sulla carta suona bene, ma come si tradurrà? I comuni soci dapprima lanciano l’idea di procedere con un rafforzamento, perché no, guardando a Sorgea e Geovest ma, nemmeno 48 ore dopo l’annuncio, Geovest ringrazia e passa la mano, come a dire, prima di sposarci, almeno conosciamoci… L’altra ipotesi, cara soprattutto alla Bassa, è quella di costituire una Holding pubblica tra i comuni soci (non è chiaro cosa cambierebbe rispetto all’attuale Patto di sindacato): strada che di fatto, detenendo una quota di azioni pari al 65%, estrometterebbe da ogni decisione i soci privati, ovvero le Fondazioni di Carpi e Mirandola (10% di quote di Aimag) ed Hera (25%). Anche l’ente carpigiano con le sue quote (20%) avrebbe un peso minoritario considerato il fronte compatto composto dai Comuni della Bassa modenese. Un boccone amaro da ingoiare… Impossibile poi non sottolineare come, per costituire una holding, si esautorino completamente i Consigli Comunali, demandando così le decisioni a stanze dei bottoni ancor più chiuse. Alla faccia della trasparenza!
Anche l’atteggiamento verso Hera pare mutato: si è infatti passati da un’ipotesi di fusione, indigesta per i soci pubblici della Bassa che non hanno mai nascosto la loro propensione verso Tea, alla possibilità di approfondire possibili sinergie industriali nel rispetto del quadro normativo e regolatorio esistente e comunque nell’ottica di un “comune sviluppo industriale”.  Peccato che anche in questo caso i conti siano stati fatti senza l’oste. Il presidente del colosso bolognese, infatti, non mai fatto mistero d’essere animato da un solo desiderio: fagocitare la multiutility di casa nostra per crescere ancora. Non interessata a stringere alleanze, Hera cosa se ne farà del 25% delle quote di Aimag, comprate nel 2009 col chiaro obiettivo di appropriarsene totalmente negli anni venturi, col beneplacito della politica interessata a costituire una grande multiutility regionale? Ovviamente in vista di una grande Aimag occorrerà liquidare quel 25% di quote: chi tirerà fuori i circa 50 milioni da dare a Hera? In soldoni, pare dunque che in realtà il Patto di sindacato abbia deciso di non decidere e che tutti siano rimasti sulle proprie posizioni. Un tira e molla tanto inesauribile quanto inaccettabile. La nostra municipalizzata deve diventare grande e deve farlo ora per essere pronta a vincere le sfide che le si porranno dinnanzi in un prossimo futuro e allora perché la proprietà non è disposta a trovare una quadra? Sta forse aspettando che Aimag arrivi impreparata alle gare di gas e rifiuti? Per difendere i reciproci campanili, si rischia di perdere tempo prezioso. In questa annosa faccenda, la politica, evidentemente interessata solo al mantenimento del proprio centro di potere, sta mostrando il suo volto peggiore. E’ necessario scegliere e occorre farlo ora. Si è disposti a fare sistema superando ogni personalismo? In caso contrario si operi con coraggio, si liquidino i soci privati e si scelga una gestione completamente pubblica: a quel punto i comuni potranno anche decidere se essere in house (modello diffusissimo in Nord Europa, nel mondo sassone e in Alto Adige) oppure no per quanto riguarda i servizi di acqua e rifiuti. Ipotesi, quest’ultima, che ovviamente presupporrebbe la rinuncia all’asset del gas e, probabilmente un ritocco alle tariffe poiché i costi generali non potrebbero essere spalmati su quella cassaforte chiamata gas.  Insomma la decisione è meramente politica: i comuni soci preferiscono gestire i servizi direttamente o spartirsi i dividendi a fine anno? Utili o servizi? Tattica o strategia? La questione è ben lungi dall’essere conclusa poiché nulla è ancora stato deciso.

Jessica Bianchi

 


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