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Grazie Komandante!
Carpi | 03 Luglio 2017

1° luglio 2017 - Avrei potuto guardarlo “da dietro le quinte”. Comodamente. Insieme agli altri giornalisti, ma non sarebbe stata la stessa cosa. E allora quel biglietto di Pit1 me lo sono comprata, perché a quell’evento storico bisognava starci in mezzo. Respirando l’emozione trascinante della folla, ballando allo stesso ritmo, gridando al cielo le stesse parole. Mai vista Modena così. Mai sentita tutta quell’energia per le strade. Ovunque risuonava la voce di Vasco. Tra le vie del centro e in prossimità del Parco Ferrari il variegato popolo del Blasco cantava i grandi “classici” del rocker di Zocca. Ogni angolo parlava di lui: il Komandante. Sulla pelle scoperta e sudata di migliaia di fan fiorivano pezzi delle sue canzoni. Le poesie rock con le quali siamo cresciuti. Tutti noi. Una colonna sonora lunga quarant’anni. E mentre l’attesa cresceva - e qualcuno sveniva - sui volti accaldati, solo occhi che ridevano. Brillanti. Desiderosi di essere lì, al concerto dei record. La Woodstock del ModenaPark. Pronti a liberare il proprio grido al cospetto del Komandante. Alle 21 il colpo d’occhio del parco era irreale. Un mare di braccia e volti protesi al cielo. Più generazioni provenienti da ogni parte di Italia unite nello stesso abbraccio, perché gli anni passano, Vasco no.
E poi, finalmente, un grande sole infuocato è spuntato e le 220mila anime del Parco Ferrari sono esplose in un boato. Assordante. Una voce sola, travolgente, che spettina e prende alla pancia. Vasco è lì, con quella sua faccia scanzonata e un po’ “cazzona” e tutti noi per un lungo istante ci siamo sentiti parte della storia. Benvenuti nella leggenda. Qualcuno si commuove, tanti si abbracciano… l’emozione è talmente intensa che sfugge alle parole. Poi però come uno schiaffo arriva la musica e le note di Colpa d’Alfredo riempiono l’aria densa di un’energia troppo a lunga trattenuta. E il grido del Parco Ferrari finalmente si libra. Potente. Liberatorio. E la “generazione di sconvolti che non han più santi né eroi” si abbandona, balla, salta, canta. Ogni freno cade, perché su e giù dal palco sta accadendo qualcosa di magico. Una valanga di canzoni e suggestioni si susseguono per quasi quattro ore. La scaletta è perfetta. Lo spettacolo pure. Vasco tiene. Ironizza e, irriverente, durante Non mi va, irride Carlo Giovanardi: il senatore ossessionato dal “cattivo maestro” sarebbe una di quelle facce lì, da lato b. C’è spazio per l’irruenza del rocker degli Ottanta con Alibi e Bollicine e per l’intimismo del cantautore: da brivido il duetto col compagno di avventura Gaetano Curreri che, al pianoforte, accenna Jenny è pazza, Silvia e La nostra relazione prima di partire con Anima Fragile, tra le sue più belle. E poi ancora Una canzone per te, Va bene va bene così e Senza parole: regali preziosi che si rincorrono, uno dopo l’altro. E poi a scatenare il pubblico arriva Rewind e sulle note di La La La La La Fammi godere; La La La La La Fammi vedere migliaia di reggiseni sventolano al cielo. Maliziosi, irriverenti. Vasco ripercorre la sua storia a ritroso. Gioca a rimpallo fra Anni Ottanta e Novanta con tutti Gli spari sopra. Le illusioni e le delusioni. Stupendo e Vivere. E poi Liberi Liberi, che fa da ponte tra i due decenni e fa piangere al ritmo di quel mantra ripetuto e ossessivo Liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa. Chissà cos’è?…
Fino ad arrivare agli anni Duemila, a Siamo soli (da brividi), Sono innocente, Un mondo migliore, I Soliti. Insomma Una splendida giornata sempre con il cuore in gola fino a sera, illuminata da perle di ieri e di oggi che tutti speravamo di ascoltare senza osare sperarlo, da Canzone a Come nelle favole. E poi il Komandante ringrazia, c’è spazio per tutti su quel palcoscenico, anche per chi non c’è più, come Massimo Riva. E poi Vasco è al suo pubblico che si rivolge, a quei 220mila che ci hanno creduto e sono lì. Di fronte al palco. A ridere, piangere e ballare da ore. “Noi non abbiamo paura. Voi non avete avuto paura. L’amore vince sulla paura”. Quarant’anni in un giorno, dal tramonto fino a un’Albachiara rischiarata dalla magia dei fuochi pirotecnici. Tutto è stato perfetto. Ed è esattamente così che doveva andare. E ora, dopo che la tempesta perfetta è passata, possiamo tornare alle nostre vite perché una cosa è certa: Domani è un altro giorno arriverà...
Jessica Bianchi

 


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