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“Non chiamatela bravata”
Carpi | 04 Maggio 2017

Una bravata. Così l’hanno definita alcuni mentre per altri, la “notte brava” dei tre minorenni che hanno vandalizzato cinque autobus, scorrazzato per le strade cittadine per oltre due ore a folle velocità e sfondato l’ingresso dell’Istituto Meucci, è stato un vero e proprio “atto criminale”. A oltre una settimana di distanza da questo gravissimo episodio a restare sospesi sono numerosi interrogativi. E a porsi, dopo lo stupore e la rabbia, numerose domande, dev’essere l’intera comunità educante: cosa ha portato questi ragazzi a commettere un atto tanto esecrabile? Quali sono le responsabilità delle famiglie e delle varie agenzie educative? “Questi ragazzi - spiega il consulente educativo Marco Maggi - non hanno avuto il senso del limite. Una ragazzata durante l’adolescenza è un’esperienza comune ma questo fatto va ben oltre la bravata. Impossibile non intravedere un’intenzionalità in ciò che i tre hanno compiuto. Aldilà delle responsabilità individuali di questi minori, sono convinto che il problema sia a monte. Non credo (ma non ne conosco la storia personale) che per questi ragazzi sia stata la prima bravata. Un ragazzo di 16, 17 anni non può trascorrere una notte intera fuori casa… ci sono tutti gli indicatori per asserire che questi ragazzi vivessero già situazioni di forte disagio. Giovani il cui disimpegno morale si era probabilmente palesato ben prima di questo evento tanto eclatante”.
Un episodio che, secondo Maggi, rappresenta soltanto la “punta di un iceberg, poiché si inserisce in un contesto educativo problematico: il mancato rispetto delle regole, un generalizzato senso di sprezzo della legalità, sono tratti comuni a tutte le realtà scolastiche-educative-sportive e sociali”.
A indurre i tre giovanissimi a delinquere sarebbe stata la noia, “tratto comune durante l’adolescenza così come il desiderio di provare sensazioni forti”. Una volontà di trasgredire che dev’essere però “contenuta, limitata, attraverso l’imposizione di regole chiare. Ecco perché ritengo che l’aggressività celata dietro a questo atto vandalico si muova sul piano della devianza. Un disagio grave preesistente”. Oggi le famiglie sono più fragili, “da sole non ce la fanno - prosegue Maggi -  e i genitori necessitano sempre più di essere accompagnati, supportati nelle loro funzioni genitoriali”. Seria anche la riflessione dalla quale devono ripartire il mondo della scuola, delle agenzie educative e della politica: “l’Unione delle Terre d’Argine è storicamente sensibile ai temi della prevenzione. Purtroppo, però, i tagli apportati al Sociale e alle Politiche Scolastiche (a livello nazionale e locale) non consentono di attivare interventi educativi massicci e si ripercuotono sulla comunità in modo devastante in termini di danni fisici, economici e morali. E’  fondamentale mettere in atto un’azione preventiva organica, strutturata e comune, dall’infanzia alle scuole secondarie. Occorre stanziare risorse per poter lavorare a tutti i livelli, sull’alfabetizzazione emotiva dei bambini e dei ragazzi, sull’importanza del rispetto delle regole… Se a un bambino non viene dato alcun limite, in adolescenza si sentirà onnipotente e nella dimensione del gruppo, non si porrà alcun freno”. E se da un lato, oggi, è necessario aiutare i genitori ad adempiere al meglio alle proprie funzioni, è pur vero che la scuola e le varie agenzie educative  non devono in alcun modo adottare “la politica dello struzzo”, sottolinea Marco Maggi. “Questo non dev’essere considerato un atto isolato. Un caso a sé stante. Occorre riconoscere che esistono dei seri problemi legati alla gestione dei ragazzi, siano questi in classe, all’oratorio o all’interno di un’associazione sportiva”. Il lassismo e il buonismo non producono buoni frutti: “quando un minore è ad alto rischio, poiché manifesta un disagio evidente, per il suo bene, dev’essere segnalato ai Servizi Sociali o al Tribunale dei Minori. Se uno studente commette un’infrazione, la scuola deve prendere provvedimenti, a partire dai vari strumenti disciplinari disponibili (note e sospensioni). Perché si ha paura di punire? La punizione/sanzione è uno strumento educativo fondamentale per instillare il senso del limite, per far comprendere che ogni azione comporta delle conseguenze. Lasciar correre significa, di fatto, assecondare, se non favorire, quel senso di impunità che nel nostro Paese rappresenta una vera e propria piaga. I comportamenti errati devono essere sanzionati, i segnali ambigui non sono permessi: perché adottare la politica del semaforo verde o giallo, educativamente parlando, quando invece occorre utilizzare il cartellino rosso? Sin da piccoli, i bambini devono rendersi conto delle conseguenze dei loro atti, interiorizzando regole precise, comprendendo e introiettando ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e che ci sono diritti e doveri. E’ chiaro che la punizione fine a se stessa, senza nessun lavoro relazionale con il minore porta poco lontano, ma i limiti servono comunque”.
Tutti i soggetti del territorio devono pertanto costruire un’alleanza educativa, investendo seriamente sulla prevenzione: “azioni che non pagano nell’immediato, ma capaci di produrre frutti e cambiamenti positivi sul lungo termine”, sottolinea Maggi.
Dopo quanto accaduto sono in molti a temere un effetto domino ma, come conclude il consulente educativo, “malgrado il rischio sia concreto, è quantomai indispensabile che i ragazzi possano parlarne in famiglia e in classe. Vi è differenza tra enfatizzare e nascondere: i giovani devono sapere quali conseguenze subiranno i loro coetanei. E’ giusto che sappiano che l’illegalità viene punita. Che, dopo il compimento del quattordicesimo anno di età, i reati commessi da minori sono perseguiti. E’ necessario che sappiano che questi ragazzi hanno distrutto del tutto le proprie famiglie, economicamente e moralmente. Il dramma, in tutta questa vicenda, sarebbe quello di non imparare nulla”. Senza trascurare il tema, fondamentale, della responsabilità individuale: c’è chi sceglie di delinquere e chi no!
Jessica Bianchi

 


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