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Liu Jo e il caso “Made in Italy sulla pelle dei migranti”
Carpi | 04 Maggio 2017

Lo scandalo per le oche spiumate vive in Ungheria, pellicce tossiche in capi per bambini, la sabbiatura dei jeans che può essere letale per gli operai del settore tessile a causa dell’utilizzo di polvere di biossido di silicio. Chi trascura il tema della sostenibilità rischia di finire nel mirino dei media e delle associazioni ambientaliste, animaliste o di protezione dei lavoratori.
L’ultima inchiesta mandata in onda dalla trasmissione di La7 Piazza Pulita (http://www.la7.it/piazzapulita/video) riguarda l’azienda Liu Jo di Carpi presso la quale la giornalista si è recata dopo aver documentato il lavoro di terzisti bengalesi sfruttati per la produzione di capi d’abbigliamento in uno scantinato di un palazzo: lavorano, perlopiù in nero, per due o tre euro all’ora, dodici ore al giorno per una società di abbigliamento campana che confeziona maglie della nota griffe carpigiana. Il titolare Marco Marchi rispondendo alle domande ammette la situazione di illegalità ma precisa che alla ditta campana è affidata la realizzazione di mille cinquecento pezzi su tre milioni e mezzo di capi d’abbigliamento complessivi. “Come vede qui ha inizio la filiera produttiva ma non si produce nulla: si affida la realizzazione conto terzi presso strutture esterne. Noi ci fidiamo delle persone a cui appaltiamo la produzione. Io non posso essere responsabile: se fossi politicamente bravo direi che non succederà più ma siccome sono onesto, cari telespettatori, non posso garantire che queste cose non potranno più accadere”. Liu Jo ha già interrotto il contratto di fornitura con la società campana. Nel distretto tessile campano di San Giuseppe Vesuviano qualcuno continuerà comunque a produrre perché “se a Carpi una stampa di un colore costa 2 euro, a Napoli ne costa 1”. Per questo Palma Campania si è riempita di bengalesi che vengono caricati sui furgoni all’alba per essere trasferiti nei laboratori e sfruttati mentre gli abitanti del comuane protestano dentro il Municipio contro il massiccio arrivo di immigrati. Nel settore dell’abbigliamento, in Italia il 42% dei consumatori definisce il prezzo come fattore chiave (Europa 48%), il 37% (come in Europa) il design, il 18% la qualità (Europa 22%): statisticamente, quindi, criteri che non includono ad esempio l’impatto della produzione sugli esseri umani, fulcro dell’inchiesta di Piazza Pulita.
Sara Gelli


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