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Ospiti a cena
E tutti vissero gentili e contenti | 12 Aprile 2017

Samanta è una ragazza vestita di generosità.
Altissima, tanto da avere piedi ben saldi a terra e la testa tra le nuvole.
Capelli scuri, molto spesso raccolti in un fantasioso chignon, occhi svegli e carichi di dubbi.
Quelli che ogni giorno sfida con silenziosissima tenacia.
Samanta è un’artista, la sua casa un Carnevale. Un tetris di stanze riordinate all’ultimo e dense di sfumature acriliche.
I suoi colori sono ovunque lei voglia o, molto più spesso, dove vogliono loro e proprio per questo, nel posto giusto.
Gioviale e curiosa, lei sceglie con cura i propri ospiti che puntualmente tranquillizza informandoli che non occorre si preoccupino di nulla.
Le sue rassicurazioni tendono al rosso, il rosso del cuore e della cura che mette in ogni cosa che fa.
Samanta, dicevo, questa sera invita a cena proprio me e, una volta metabolizzato lo stupore che m’investe all’incontro con i suoi colori, la seguo verso la cucina che immagino e scopro essere rossa. Nemmeno il porpora del vino sembra lasciato al caso e mi allunga il calice preludendo a una storia che già so mi emozionerà.
Mi emozionano sempre le storie gentili.
Sembra stia componendo una melodia mentre, con fare garbato e mai eccessivo, racconta l’aneddoto di un normalissimo giovedì pomeriggio.
Il giovedì dei giorni di chiusura dei piccoli commercianti, che ancora sanno prendersi le pause e godersi il riposo nonostante la vita ci  voglia tutti centometristi.
“Samanta a colori”, improvvisando una spesa e non riflettendo sulle pause altrui, scopre che la macelleria su cui contava per figurar bene osserva il turno di chiusura.
Vincendo la sua velata timidezza, o forse solo mossa dalla voglia di farcela, bussa sommessamente al vetro perché le pare di aver scorto una figura all’interno.
Il vecchio macellaio dalle mani arrossate e vissute, apre a fessura e le chiede cosa desideri.
“Carne” risponde Samanta. E’ ovvio, sottintende sorridendo.
E in risposta al suo stesso sorriso, “siamo chiusi” annuncia il macellaio, visibilmente dispiaciuto.
E immediatamente ha inizio una contrattazione, intermittente, allegra e per certi versi implorante finchè Samanta, soddisfatta e saltellante, si accorda con l’uomo buono per tornare due ore dopo a ritirare il bottino.
Presto fatto, eccola di nuovo bussare alla porta con la mano e il garbo di poche ore prima ma con l’altra impegnata a reggere un modesto ma miracoloso presente.
Perché la vulnerabilità di cui Samanta si veste al suo risveglio al mattino le permette di riconoscere la rarità di un gesto così prezioso.
Prontissima, nell’intravedere il volto onesto del suo ormai amico macellaio, solleva una buona bottiglia di vino e la infila tra i loro sguardi che virano all’imbarazzo.
Samanta gli è grata ed è convinta che il merito della buona riuscita della sua cena sarà del grande uomo, le cui pause sono flessibili quanto le strade che portano al cuore.
E i suoi occhi ridono di nuovo.
Dicono così tanto da riconoscere nelle lacrime impreviste che rigano il volto del signore, un comune denominatore: la gentilezza.
Quella che si incontra per le strade di Carpi di un giovedì di pausa qualunque.
Nel goffo tentativo di cancellare dal suo volto le prove di una inaspettata fragilità, l’uomo osserva Samanta andarsene di spalle e sorride ammirando i suoi sogni impigliati nel buffo chignon.

 


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